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Baggio a cuore aperto: “Avrei dato la vita per Mazzone, l'ingiustizia del Trap e quel rigore...”

Gazzetta

"Sono cresciuto con il sogno di una finale mondiale contro il Brasile. Non ho ricordo nitido del perché questo obiettivo mi abbia accompagnato fin da piccolissimo per tutta la vita". Roberto Baggio ha rilasciato una lunga intervista a Forbes Italia, pubblicata su YouTube, tra ricordi, sogni, riflessioni. "Mi son sempre considerato una persona come tutti, comune. Io non mi vedevo, avevo solo questa passione incontrollabile, smisurata e per il calcio. Una passione che ti smuove qualcosa dentro dal mattino alla sera. Dormivo con il pallone". Si torna sempre, immancabilmente, a quell'errore dal dischetto, di quella finale mondiale dei suoi sogni, nel 1994. "Avrei rinunciato a tutto il resto per vincere quel Mondiale. Rappresentavo l'Italia, era l'obiettivo che rincorrevo sempre. L'ultimo pensiero prima di andare a dormire era come vincere quel Mondiale, magari segnando un gol in rovesciata. Poi è andata come mai avrei pensato e non lo potrò mai dimenticare, a un passo dal traguardo. L'amarezza più grande della carriera di calciatore, una tragedia personale incredibile, mi porto dentro quel peso ancora oggi". Il destino è stato un po' beffardo: "Ho fatto tre Mondiali, in Italia siamo arrivati terzi vincendo 6 partite e pareggiandone una. Ho perso tre Mondiali ai rigori: non semplice da digerire".

Tanti momenti difficili in carriera, per poi trovare una risposta. La speranza. È quella che gli ha sempre insegnato sua mamma e "quello che alla fine ho ritrovato anche nel buddismo: la vita deve essere accompagnata dalla speranza, se no non c'è luce. Ti porta a tirare fuori delle qualità che pensi di non avere. Ho usato la sofferenza per trasformare la mia vita, trovando valore. Gli ostacoli troppo grandi sono solo nella nostra mente". Quando raccontò a sua mamma del suo avvicinamento alla religione, lei pensò che fosse ammattito: "Iniziai a praticare il primo gennaio del 1988, quando glielo spiegai la prima volta disse 'chiamiamo l'ambulanza, l'abbiamo perso'. Un tempo si era tutti più inquadrati negli schemi". Ora vive in collina, vicino a Vicenza, nel verde: "Devo vivere la natura, è una cosa che mi riempie le giornate". 

Un uomo sempre misurato nelle parole, che ha imparato tanto dalla sua vita, un padre che vuole insegnare ai figli "ad avere rispetto per gli altri, che sappiano stare con la gente e che possano essere bravi ascoltatori. Ascoltiamo noi stessi, ma poco gli altri". E che sport guarda Baggio? "Mi piace il basket e il football americano, guardo tanti highlights". E il calcio giocato? "L'ultima doveva essere una partita a Roma organizzata da Papa Francesco, una sfida inter-religiosa. Mi ero allenato tre mesi per giocare un tempo e l'ultimo giorno mi sono strappato un polpaccio. Lì ho capito il mio karma. Devo sempre pagare qualcosa, è sempre la stessa storia: io mi devo fare male. L'operazione a 18 anni mi ha condizionato la carriera". Un'altra delusione forte, fu l'esclusione dal Mondiale del 2002: "Mi aspettavo di andare, tornai 77 giorni dopo un crociato, segnando due gol. Giocai le tre partite che mancavano alla fine del campionato e poi ancora un  mese prima del Mondiale, stavo bene. La scusa di Trapattoni fu che aveva paura che mi facessi male, ma io gli dissi che se mi fossi fatto male avrei smesso. Gli dissi anche che era un'ingiustizia, che non poteva farmi questo". 

Il Var? "Sarebbe andata meglio per me. Una volta era un gioco al massacro. Per fortuna oggi ci sono più tutele, prima non sapevamo neanche da dove arrivavano le botte. E poi le barriere non erano mai a 9.15. Fenomeni come Maradona e Mihajlovic avrebbero segnato cinque gol a partita". E un consiglio per il sistema calcio: "Manca chi fa giocare gli italiani, chi fa esprimere la loro potenzialità. Non è che chi viene da fuori fa la differenza. Senza dargli spazio, sarà sempre più difficile. Lo zoccolo duro di una squadra deve essere un gruppo che gioca insieme da tanti anni, solido".  E un consiglio per tutti: "Il successo? È nella semplicità. La gioia è dentro a questo, non si trova mai pace se no".

Tra i tanti allenatori, un rapporto unico con Carlo Mazzone, che lo portò a Brescia: "Era una persona per bene, umile. Poche regole che valevano per tutti. Mi trovai benissimo, era sempre schietto. Una stima che poi è diventata amicizia. Avrei dato la vita per lui, sentivo un debito di gratitudine. Quando mi chiamò per andare a Brescia, avevo lasciato l'Inter in Champions, dopo averne viste di cotte e di crude e mi sono allenato tutta l'estate da solo. Nessuno mi voleva, e il mio cartellino costava zero. Il mio sogno era tornare a Vicenza, dove avevo iniziato. Alla fine fu Carletto a chiamarmi: 'Cosa vuoi fare?', mi chiese. 'Voglio giocare'. Da lì, quattro anni strepitosi".