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Ha simulato anche Brignone: l'impietoso confronto col caso Bastoni e le meschinità del calcio

Gazzetta

Ha simulato anche la Brignone. Ha fatto finta di non sentir dolore, di essere allenata, di non avere una tibia disallineata e – direbbe Rocchi – ha fregato tutti. E la Moioli? È andata in ospedale di nascosto, è scesa con la faccia pesta e ha vinto due medaglie. Che splendide simulatrici... Il confronto con le meschinità del pallone è impietoso. Ma il calcio non è l’inferno. L’indignato Chiellini nell’autobiografia si vanta di essere stato in campo un figlio di... ed elegge la furbizia a virtù necessaria. Falso. Facchetti, Scirea e Maldini, molto più mitici di Giorgione, erano solo figli delle loro madri; bravi, non furbi. 

Non esiste un Mostro, Bastoni non lo è. Esiste un’abitudine condivisa, ormai troppo incancrenita, da estirpare: simulare. Ritoccare il protocollo Var è medicare la ferita, il male va attaccato alla radice, con una rivoluzione culturale che deve partire dai bambini. Giovanni Falcone andava nelle scuole perché le riteneva la trincea più importante: educare nuove generazioni non più disposte a convivere con la mafia. Il muscolo della legalità va allenato da piccoli. Anche nello sport. Bello se Bastoni andasse in una scuola a dire: "Ho sbagliato". Bello se ci andassero in tanti. Perché i giovani imparano dai campioni, nel bene e nel male. Scuole calcio e vivai hanno un ruolo chiave. Un ragazzo simula? L’allenatore urli: "Alzati! Gioca!". Chi cresce con quell’urlo nell’orecchio, forse un domani perderà il vizio e si vergognerà di restare a terra, come succede altrove. Per ora, dopo San Siro, gli arbitri internazionali aspetteranno ancora più prevenuti quei simulatori italiani.