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Calcio

Inter davanti, Milan secondo: nessuna città in Europa domina il campionato come Milano

Filippo Conticello e Marco Fallisi
Inter davanti, Milan secondo: nessuna città in Europa domina il campionato come MilanoN/A

Solo cinque anni fa, quella seconda brillante stella nel firmamento distava anni luce: l’Inter, che ora la sta appuntando al petto, e il Milan, che cresce e progetta il sorpasso in un futuro corto, erano tristemente quarta e quinta. Avevano battagliato fino all’ultima giornata per un posto in Champions, mentre la Juve giocava un altro campionato. La rincorsa è cominciata proprio allora: Antonio Conte e Stefano Pioli si sono accomodati sulle panchine dei due club a pochi mesi di distanza, le società hanno investito per tornare ai vertici, non solo con i denari ma soprattutto con le idee, e il vento è cambiato. Uno scudetto l’Inter nel 2021, un altro il Milan nel 2022, entrambe a festeggiare undici anni dopo l’ultima volta, e poi questo campionato in cui i nerazzurri dominano per distacco, ma pure il Diavolo secondo con merito mette le basi per rivaleggiare presto. Oggi come mai, il derby di Milano è una terrazza con vista scudetto e con panorama unico in Europa. Provate voi a trovare qualcosa di simile in giro: da Madrid a Londra fino a Manchester, nessuna grande città continentale può vantare due club davanti a tutti gli altri, con un vantaggio competitivo sul resto della concorrenza. Lo stadio che le due squadre inseguono in autonomia in città - i rossoneri a San Donato e i nerazzurri a Rozzano/Assago - sarebbe l’ulteriore scatto nel futuro. Senza scordare che entrambe guardano con interesse alla possibilità di ristrutturare San Siro: in quel caso il duello resterebbe quello di sempre, dentro alla stessa casa. 

Da parte sua, l’Inter aspetta solo il momento in cui potrà tirare fuori quella buona bottiglia messa in frigo da mesi ormai: lo scudetto numero 20 è l’obiettivo dichiarato di questo ciclo storico. Sarà pure centrato con un paio di stagioni di ritardo (la delusione del 2022 ha bruciato ed è diventata benzina), ma è pure il frutto di un felice lavoro di gruppo che parte da molto più lontano. La qualità del gioco è cambiata con Spalletti, Conte ha aggiunto feroce mentalità vincente, poi Simone Inzaghi ha completato l’affresco con un suo tocco personale: ha portato una leadership gentile, ha superato difficoltà e cadute, ha migliorato sia l’orchestra sia i singoli violini. Il fossato che c’è oggi in campionato è la conferma di un lavoro profondo: l’Inter inzaghiana è ammirata in Europa e per questo ad Appiano ci si mangia le mani per il k.o. imprevisto in Champions contro l’Atletico. A maggior ragione dopo la finale della scorsa edizione a Istanbul che ha cambiato la dimensione stessa del club. Oltre alla salda guida tecnica, che potrebbe restare in sella per un altro triennio, il resto lo ha fatto la continuità dirigenziale: l’a.d. Beppe Marotta e il d.s. Piero Ausilio, in equilibrio tra le tempeste societarie (ma pure i ricavi ora sono in crescita, +34,6% in una stagione). Hanno aggiunto un pezzo alla volta senza temere di sostituire i big in partenza. Un esempio? Dai muscoli di Lukaku al cervello fino di Dzeko fino alla nuova era Thuram, qualcuno ha notato passi indietro? Lautaro, vicino al rinnovo, è rimasto fedele alla linea e nel frattempo è diventato pure capitano, ma l’Inter attorno a lui è sempre migliorata. 

Nella ricetta rossonera due ingredienti: sostenibilità e ricerca del talento. Se il primo Milan di Elliott aveva puntato su grandi nomi (Higuain) e grandi spese (Paquetà, Piatek) per colmare in fretta il gap con i vertici, la gestione successiva ha cambiato rotta e aggiustato il tiro: investimenti mirati, valorizzazione dei giovani, stile di gioco europeo. Il Diavolo è passato da cambi di dirigenti (Leonardo, Boban, Maldini e Massara) e di allenatori (Gattuso, Giampaolo, Pioli), poi ha trovato la quadra all’alba del calcio post pandemia. Pioli era un allenatore precario, poi è diventato la guida salda per la risalita: aiutato dall’esperienza e dai gol di Ibrahimovic, campione eterno attorno al quale sono cresciuti Theo e Leao, Kessie e Tomori, ha riportato il Milan in Champions e nel 2022 ha festeggiato il più impronosticabile degli scudetti. L’arrivo di RedBird ha fruttato una semifinale di Champions ma ha anche rivoluzionato l’assetto dirigenziale: salutati Maldini e Massara, il Milan ha affidato il mercato a un team nel quale sono coinvolte più figure, dall’a.d. Furlani a Moncada e D’Ottavio (caposcout e d.s.) fino al super consulente Ibra, ingaggiato da Cardinale in persona. La filosofia però non è cambiata: la sostenibilità è la strada maestra per confermarsi al top e tornare presto a vincere.

Fonte: Gazzetta.it