
Quando non si può vincere, l’importante è non perdere. Un dogma elementare, uno di quelli che – per intenderci – si insegna al primo giorno di Scuola Calcio, con l’altrettanto semplice considerazione che un punto conquistato è sempre meglio di niente. Una banalità, insomma, che però la Juventus di Luciano Spalletti sembra non aver recepito, alla luce di quanto accaduto al Mapei Stadium: incredibile – nel senso letterale del termine – la gestione dell’ultima parte di gara contro il Sassuolo, in cui la squadra bianconera è riuscita due volte a rimontare da uno svantaggio ma non ha avuto la forza di mantenerla, quella situazione lì, finendo per incassare un gol decisivo (e dunque una sconfitta) a tempo quasi scaduto.
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Era questione di pochi istanti. Era lì all’orizzonte il traguardo, che non avrebbe coinciso con una vittoria ma quantomeno con un pareggio, che nel complesso sarebbe stato anche meritato. In questo caso, però, la batosta offre un “vantaggio”: quello di aiutare ad analizzare a mente fredda che cosa l’abbia generata, per quali motivi i giocatori in campo si siano fatti prendere dalla frenesia al punto da scatenare un’enorme confusione, tutt’altro che degna di una squadra che punta dichiaratamente ai primi posti della classifica.
In questo senso, le parole di Spalletti nel post partita rischiano pure di essere limitanti. Perché non attribuiscono responsabilità in maniera chiara – se non allo stesso tecnico, subito pronto a fare da scudo ai “suoi” ragazzi – e non vanno nemmeno all’origine di una serie di problemi evidentemente più profondi e strutturali, da non confondere con la mera lettura sbagliata di un momento.
“I giocatori hanno provato ad andarla a vincere e sono stato io a stimolarli”, ha dichiarato l’allenatore ai microfoni di DAZN. “Forse hanno eseguito troppo alla lettera ciò che chiedevo, perché si sono riversati in tanti nell’area di rigore avversaria. Poi è chiaro: si perdono delle palle così anziché metterle dentro e si rimane in troppi sopra la linea della palla. È colpa nostra. Ma nasce tutto dalla voglia di andarla a ribaltare”.
Sì, sempre quella voglia di vincere che qualcuno, soltanto una settimana fa, aveva pensato mancasse alla Juventus, ritenendo che l’esultanza dopo il gol di Federico Gatti contro il Milan avesse fatto perdere minuti preziosi in un finale ancora apertissimo, da sfruttare a proprio favore. Voglia che, però, a volte non basta. E, soprattutto, non può e non deve finire per nascondere problemi da risolvere quanto prima. Eccone cinque.
Lo si sapeva già dall’inizio del campionato (o meglio, dalla chiusura del mercato), ma domenica sera a Reggio Emilia il tema è esploso in tutta la sua evidenza, alla prima di tante partite da giocare forzatamente senza Manuel Locatelli: il centrocampo della Juventus è lacunoso, in termini sia quantitativi che qualitativi.
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La coppia – al momento titolare, in mancanza di vere alternative – composta da Douglas Luiz e Teun Koopmeiners non può garantire sull’arco dei 90 minuti quell’equilibrio nelle due fasi fondamentale per una squadra forte e completa, ma la sensazione è che nemmeno Pape Matar Sarr e il jolly Weston McKennie potranno offrire un contributo rivoluzionario in questi termini. A Spalletti, quindi, non rimane altro che una cosa da fare: lavorare sul materiale a disposizione, sperando di ottenere qualche risposta più confortante.
Si torna a Locatelli, giusto perché si tratta pur sempre del capitano, per dire che, come già emerso nelle fasi più delicate della scorsa stagione, la Juventus patisce spesso la mancanza di una vera leadership.
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Di un gruppo di giocatori – pure pochi ma buoni – in grado di riconoscere i momenti delle partite e di capire come comportarsi di conseguenza, di evitare in sostanza il verificarsi di situazioni surreali come quella che ha caratterizzato gli ultimi minuti di gioco contro il Sassuolo, in cui la squadra perde completamente di vista il focus e, nel pur meritorio tentativo di ben figurare, finisce per rovinarsi con le sue stesse mani.
C’è poi un’altra criticità che, con la quarta giornata di campionato ormai alle spalle, inizia già ad assumere i tratti dell’emergenza: l’attacco della Juventus non funziona. O meglio, a non girare è soprattutto Randal Kolo Muani, inevitabilmente sotto i riflettori più di altri compagni dopo la lunga (e costosa) trattativa per riportarlo a Torino. Oltre a non essersi ancora sbloccato e ad aver fallito almeno tre occasioni limpide nelle prime gare stagionali, il francese comincia a preoccupare perché, dati alla mano, non tira praticamente mai: la media totale dei suoi tentativi a partita è di 0,5, troppo bassa per una punta.
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Diversa – ma comunque da non sottovalutare – la questione per Nick Woltemade, che invece, pur partecipando più di altri compagni di reparto alla costruzione della manovra, è mancato in un altro senso: la concretezza. Con la magra consolazione di essere in buona compagnia (lui che tra l’altro ha collezionato solo 44 minuti finora): in questo avvio di campionato, infatti, i bianconeri hanno segnato appena 6 reti su 74 tiri complessivi, trasformando dunque in gol solo l’8,1% delle conclusioni. E pensare che si è sbloccato pure Edon Zhegrova…
Come se tutto ciò non bastasse, il match contro il Sassuolo ha fatto risuonare anche un altro campanello d’allarme alla Continassa: la difesa, che nelle prime tre giornate aveva mostrato una buona solidità complessiva, ha iniziato a lanciare segnali poco incoraggianti, traballando più del dovuto proprio nei momenti decisivi (e qui il discorso, più che qualche singolo, chiama in causa un intero reparto e l’interpretazione di una fase di gioco).
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Con i neroverdi di Alberto Aquilani che, giustamente, hanno saputo approfittarne sfruttando al massimo le praterie create dagli avversari che probabilmente, col senno di poi, hanno un po’ esagerato nell’aggressione alta.
Chiudiamo con un’altra considerazione, ispirata a una parte dell’analisi a posteriori dell’amministratore delegato Giovanni Carnevali: “Se guardiamo il risultato, è sicuramente negativo. Abbiamo commesso vari errori che non si può fare, pur creando occasioni. Fa parte del percorso di crescita di squadra e società”.
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Ecco, la sensazione – che in realtà era presente anche prima della sconfitta di domenica – è che la Juventus sia ancora lì, nel mezzo di un cammino che, prima o poi, dovrebbe portare a una definitiva rinascita, ma che al momento è ben lontano dalla meta. Troppe le questioni ancora aperte, troppi gli automatismi ancora da trovare, sia in campo che fuori. La speranza, condivisa all’interno della società, è che il primo ko sia di insegnamento, come ha auspicato lo stesso ad. “Le colpe – parola sempre di Carnevali – non sono solo della difesa ma di tutti noi”.
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