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Lautaro d'oro: non solo centravanti, ora è l’anima dell’Inter

Gazzetta

Trazione Lautaro. Regista offensivo, punta centrale, ispiratore, realizzatore. Aveva confidato poco prima di Natale, proprio alla Gazzetta, di sentirsi dentro a un processo evolutivo: «Non mi sono mai sentito così forte». Ecco la maturità di un capitano globale che non si accontenta più di essere un grande centravanti. Vuole diventare un fuoriclasse, nella stagione che si concluderà con il Mondiale, con una finestra sognatrice sul Pallone d’Oro. 

Lautaro sta abbattendo uno dopo l’altro i record di gol: è arrivato a 167 nell’Inter, soltanto 4 in meno di Roberto Boninsegna che siede da decenni sul podio dei migliori marcatori di sempre dietro a Meazza e ad Altobelli. Toccata contro il Bologna la doppia cifra in Serie A per la settima stagione consecutiva, si sta staccando dalla concorrenza per il titolo di capocannoniere del campionato. Da questo punto di vista, non sembra temere rivali. Lo scorso anno, distratto dalla magnifica Champions, chiuse a 12 reti, mentre oggi è già a quota 10. Eppure i numeri non raccontano tutta la verità sul suo momento, che coincide guarda caso con una fase scintillante della squadra. A questi livelli di centralità, di indispensabilità, non era mai arrivato. Bravo è stato anche il nuovo allenatore, Cristian Chivu, a stimolarlo adeguatamente: quando gli chiese di sorridere di più, un paio di mesi fa, voleva semplicemente sgravarlo del peso della responsabilità, che Lautaro avverte in ogni partita. In ogni allenamento anzi, come ha ricordato il vice allenatore Kolarov domenica sera. Per essere capitani bisogna dare l’esempio nel lavoro quotidiano, non soltanto nei novanta minuti dell’adrenalina agonistica. Se Esposito e Bonny stanno crescendo in fretta, lo devono anche a lui. E lui, per contro, ai due giovani rampanti deve la sensazione di volatilità che lo obbliga sempre a tirare fuori gli artigli per difendere il posto. 

 Neppure la cifra degli assist, che in campionato sono finora 4, rende completamente l’idea del suo ruolo di trascinatore del mondo Inter. Dopo lo shock della finale di Monaco, la seconda persa in tre anni europei comunque indimenticabili. Lautaro poteva scegliere se abbandonarsi allo sconforto o se invece preparare un’altra rivincita. E’ andato nella seconda direzione, dopo essersi preso qualche giorno di tempo per elaborare il trauma sportivo. Sin dall’inizio del ritiro, brevissimo causa Mondiale per club, si è confrontato con gli altri elemento del nucleo storico, compreso Calhanoglu con il quale aveva discusso aspramente, trasmettendo un messaggio di orgoglioso vigore. E così l’Inter ha avviato il nuovo corso senza piangersi addosso, meritando il primo posto in campionato e una buona collocazione nell’emisfero Champions. 

 Niente è ancora definito, chiaro, a metà dell’opera. Domani l’Inter giocherà a Parma, nello stadio che ha allevato per tre mesi l’allenatore Chivu. Lautaro è pronto, perché il doloroso problema al dito si è rivelato insignificante. Ma il pensiero dei tifosi - e della società - è già rivolto alla sfida scudetto di domenica a San Siro contro il Napoli. Lì capiremo molto di più sulle reali forze in campo. E Lautaro proverà a superare anche l’ultimo limite: in Serie A non segna un gol in una partita top da due anni. All’andata al Maradona perse tempo ed energie a litigare con Antonio Conte, ex per niente docile. Stavolta deve tirare dritto per la strada che ha intrapreso: giù in fondo alla via, se non si innervosisce nel traffico, lo aspetta lo status del campionissimo.