Il rientro di Anguissa e De Bruyne aumenta il potenziale del Napoli, ma nella sostanza - tra caratteristiche e forma non ancora al top - gli azzurri risultano meno frizzanti. E a risentirne sono anche Lobotka e McTominay.
Guardarli uscire dal tunnel incute timore, ma nel pratico - quando convivono durante i 90' - il Napoli appare meno frizzante.
Se i vari Alisson Santos, Elmas, Gilmour e Vergara (quest'ultimo ai box), durante l'assenza di Frank Anguissa e Kevin De Bruyne, hanno garantito quel cambio di passo e quella verve utile a sopperire all'assenza dei pezzi grossi della rosa, il ritorno dei big ha sì coinciso col filotto positivo ma nel contempo ha tolto imprevedibilità alla manovra.
Il passaggio al 3-4-2-1, attuato per tamponare l'emergenza, non sembra dunque aver risolto il problema di coabitazione tra i cosiddetti Fab 4. Già, perché a risentirne sono anche gli altri due pilastri del progetto Conte: Stanislav Lobotka e Scott McTominay.
Partiamo dalla mediana, dove Anguissa è ancora lontano dalla miglior condizione. Il lungo stop, per un calciatore strutturato come il camerunense, si è tradotto in un rientro a ritmo decisamente ridotto.
Non a caso Conte sta tendendo a sostituirlo quando non in palla, vedi Napoli-Lecce e domenica al Tardini, oppure lasciarlo fuori dai titolari come avvenuto a Cagliari.
Compassato e fuori ritmo, Frank risulta lontanissimo parente del top player del centrocampo capace di ergersi ad arma in più. In ritardo sulle seconde palle, poco dinamico: insomma, il vero Anguissa non è questo e lo sanno tutti.
Se il 99 viaggia a motore ribassato, lo stesso sta accadendo a Lobotka. Lo slovacco non giova di un partner a caccia di una forma felice e fatica in tandem col compagno, poiché chiamato non solo a cucire il gioco ma anche a preoccuparsi di coprire maggiormente il campo per evitare ripartenze e non perdere duelli sanguinosi.
Aperta la parentesi sulla coppia Anguissa-Lobotka, passiamo a quella De Bruyne-McTominay. Il modulo con due trequartisti alle spalle di Hojlund appare il disegno tattico perfetto per garantire la convivenza dei Fab 4, ma purtroppo i fatti stanno dicendo altro.
Belga e scozzese continuano a pestarsi i piedi e ad oscurarsi l'un l'altro, esattamente come avvenuto in avvio di stagione nel 4-1-4-1 ricamatogli appositamente addosso da Conte: la libertà d'azione non ha eliminato il problema di occupazione degli spazi, spesso similare, che di conseguenza a fase alterna offusca le iniziative dei due top player del Napoli.
Unendo a ciò le proprie caratteristiche fisiche, che di certo non li rendono brevilinei e di conseguenza in grado di alzare i giri in termini di sprint, la mole offensiva degli azzurri diventa congestionata e più lenta rispetto al recentissimo passato.
Aspettando che Anguissa e KDB tornino a brillare e fare la differenza, le pedine dotate del DNA utile a fornire maggiore freschezza alle trame di gioco partenopee a Parma si sono confermate sul pezzo sotto tutti i punti di vista: parliamo di Alisson ed Elmas, entrati col piglio giusto sulla scia dell'ottimo apporto fornito nel momento più complicato della stagione, ossia quando l'infermeria del Napoli era stracolma.
Pedigree e classe pesano inevitabilmente su gerarchie e scelte di Conte, ragion per cui il miglior 11 possibile è quello coi Fab 4 dall'inizio, ma per garantirsi un finale a mille all'ora con cui blindare la Champions occorre un apporto superiore. Soprattutto alla luce dello spessore degli uomini in questione.