Autorevole, con tendenza all'autoritario. Quella più importante, ovviamente, è la prima delle due. Non per nulla in patria lo chiamano "der Professor": traduzione superflua. Ralf Rangnick non è soltanto un uomo di calcio a tutto tondo - dirigente, allenatore, coordinatore, consulente -, ma un uomo che porta con sé un intero sistema. Quello a cui sta assistendo la gente rossonera in questi giorni è infatti un déjà vu di quanto era successo nel 2020: per arrivare fino all'altare e pronunciare il fatidico sì, il guru tedesco esige carta bianca su tutto. Dal numero di collaboratori (spoiler: il numero non è propriamente esiguo) alla certezza di un perimetro decisionale piuttosto ampio. Lo chiedeva già sei anni fa, quando avrebbe voluto fare l'allenatore-manager, figurarsi adesso che arriverebbe da direttore tecnico. Diciamo che, da d.t., quanto meno sono richieste più logiche.
Rangnick pretende un'asticella alta perché parte da una considerazione molto semplice: chi lo cerca, il più delle volte ha necessità di riedificare, di ripartire, o comunque di creare una base importante. Il suo biglietto da visita in termini dirigenziali è l'eccellente lavoro svolto nella galassia Red Bull, in qualità di responsabile dell'area sportiva a cui fanno capo Lipsia (portato dalla quarta serie in Champions) e Salisburgo. E' sufficiente osservare il suo percorso per capire il personaggio: con lui, se occorre, saltano teste e allo stesso tempo crescono talenti. Il calcio griffato Red Bull lungo gli anni è diventato un modello di riferimento per tutti coloro che non hanno fatturati, ricavi e potenza finanziaria tali da costruirsi dream team a forza di milioni. La sua visione è frutto di metodo e applicazione, che raggiungono una maniacalità tale da mettere a repentaglio la salute dello stesso Ralf. Nel 2011, in pieno burnout, lasciò lo Schalke: troppo stress, troppe responsabilità. Tornò in pista dopo 10 mesi di pausa. Da allora, il lunedì (quando può...) stacca da tutto, spesso spegnendo il cellulare. Un approccio alla professione totale e totalizzante che ricorda quella di Sacchi, del quale - difficile pensare alla casualità - Rangnick è sempre stato un grande estimatore. Nei suoi primi anni in panchina studiava - anche di notte - il Milan di Arrigo e inventava esercitazioni da usare in allenamento. Giusto per capire il soggetto, si racconta che già a 6 anni il piccolo Ralf desse indicazioni tattiche ai bambini più grandi. Di certo è ben conosciuto il suo più grande nemico su un campo di calcio. No, non ci sono un nome e un cognome. Ma un concetto: "Se giochi a uomo, vuol dire che hai undici asini in campo". Con lui, addio al libero e alle marcature "nominali". Una rivoluzione che a molti parve un'eresia, nella Germania di allora.
In realtà chi lo conosce bene avvisa subito di non cadere nell'equivoco: Ralf non è un ego-riferito per puro piacere narcisistico. Vuole essere al centro del progetto per sentirsi tutt'uno con il club, vuole che a vincere sia la sua idea di calcio. Non ha problemi a rivestire il doppio ruolo - allenatore e ds -, come ha già fatto in carriera, e diventare il coordinatore della rinascita rossonera gli pare una di quelle sfide che possono esaltare la sua visione. Una visione cosmopolita dal momento che in carriera è stato anche il direttore tecnico di tutte le squadre controllate dalla Red Bull. Ovvero non solo Europa: si spazia dagli Stati Uniti al Brasile. Ma anche una visione che è musica per le orecchie di RedBird: si parla di giocatori di talento, sì, ma da crescere e valorizzare internamente per poi ingolosire i club coi portafogli più gonfi. Fin qui abbiamo elencato i pro, che sono tanti. Ma ci sono anche i contro, e non sono da poco. Il primo: affidarsi a un "professore" che tende ad accentrare tutto l'accentrabile, è un rischio. Se funziona fai bingo, altrimenti devi ripartire da zero andando a riempire di nuovo le numerose caselle occupate dal suo "sistema". Il secondo: Rangnick è il commissario tecnico dell'Austria, quindi sarà impegnato al Mondiale. E' molto faticoso sostenere il pensiero che l'uomo attorno al quale verrà riformulato l'universo rossonero, non possa dedicarvisi fino a luglio inoltrato. Significa perdere tempo vitale. Il terzo: come potrebbe essere il rapporto con Ibra, a proposito di gente ego-riferita? Sei anni fa, quando Zlatan giocava ancora, ci fu un botta e risposta piuttosto secco fra i due. "Non lo conosco", sibilò lo svedese a chi gli chiedeva del possibile arrivo di Ralf. Che, un mesetto dopo, replicò così: "Al posto del Milan, non avrei puntato su Ibrahimovic". Se davvero i due si muoveranno sotto lo stesso cielo, saranno da seguire con molta attenzione.