A 14 anni aveva già i capelli bianchi: "Ero un ragazzo e cominciarono a spuntare all’altezza delle tempie. A 18-19 ero tutto bianco". Nessuna malattia o disfunzione: "No, credo che sia una questione di dna, di genetica. A mio padre era capitata la stessa cosa". E così Fabrizio Ravanelli, attaccante ragazzino, diventò Penna Bianca, il soprannome che apparteneva a Roberto Bettega, ala sinistra della Juve. Qualcuno, con ironia, chiamava Ravanelli il Metallizzato. "Poi mi trasformai in “Silver Fox” (Volpe Argentata, ndr) negli anni inglesi al Middlesbrough e in “Plume Blanche” (Piuma Bianca, ndr) negli anni francesi all’Olympique Marsiglia".
Fabrizio Ravanelli da Mugnano, Perugia.
"Il mio villaggio, da lì sono partito. A 12 anni entrai nel settore giovanile del Perugia, all’epoca una società di vertice del calcio italiano. C’era stato il Perugia di Castagner, secondo classificato e imbattuto nell’anno dello scudetto della stella del Milan (nel 1979, ndr). E al Perugia era poi venuto Paolo Rossi. Facevo tanti gol e scalavo le gerarchie".
Prima del Natale del 1988, successe qualcosa.
"Il Perugia non era più quello di prima, c’erano state le retrocessioni, eravamo in C1. Accadde che a dicembre la Nazionale giocò allo stadio Curi un’amichevole (Italia-Scozia 2-0, ndr) e, prima della partita, a noi ragazzi del Perugia venne permesso di entrare negli spogliatoi degli azzurri. Su uno dei lettini per i massaggi, di quelli che usavamo noi, trovai Gianluca Vialli, il mio idolo. Mi ispiravo a lui, mi piaceva come giocava e la grinta che ci metteva. Glielo dissi, e lui mi chiese: 'Che numero di scarpe hai?'. Risposi che portavo il 43. 'Anch’io!', esclamò. Poi rovistò nella borsa, estrasse un paio di Asics e me le regalò. Le conservo gelosamente, quelle scarpe".
Alla Juve sareste diventati compagni di squadra.
"E compagni di camera, il massimo. Nel mio primo anno a Torino, c’era Giovanni Trapattoni allenatore. Alla vigilia di una partita contro il Napoli, la sera della vigilia Trap venne nella nostra stanza per la buonanotte, lo faceva sempre, e chiese a Gianluca come si sentisse. Vialli gli disse che stava bene, ma che avrebbe preferito riposare in vista dell’impegno contro il Benfica in Coppa Uefa, di lì a poco. Trapattoni rimase sorpreso. Vialli aggiunse: 'Mister, faccia giocare Fabrizio, è in formissima, non se ne pentirà'. Alla riunione tecnica, Trap annunciò la formazione con me titolare al posto di Gianluca. Vincemmo per 4-3, segnai un gol e lì la mia carriera svoltò. Questo per sottolineare come Vialli fosse un leader. Non soffriva di gelosia verso gli altri, conosceva il calcio e se stesso al punto di chiedere di riposare per far giocare un ragazzo al suo posto, e un allenatore come Trap ne rispettava a decisione".
Quanto le manca Vialli?
"Tantissimo, come a tutti. Penso spesso a lui".
Insieme avete vinto la Champions del 1996, ai rigori contro l’Ajax.
"Formavamo una grande coppia, pressavamo come dannati. Ho appena rivisto la replica di una nostra vittoria per 2-0 a San Siro contro il Milan di Capello, con gol mio e di Vialli. Non eravamo soltanto attaccanti, rientravamo fino ai limiti della nostra area per difendere e riconquistare palla. Questa era la Juve di Marcello Lippi, un 4-3-3 meraviglioso, totale. Con Lippi il rapporto era diretto, senza filtri, ci si diceva le cose in faccia. Ho giocato con Vialli, Robi Baggio e Del Piero. Anni incredibili".
Ci racconti il suo gol all’Ajax, nella finale Champions del 1996, all’Olimpico, 1-1 nei 120’, poi i rigori. Una rete impossibile, quasi dalla linea di fondo.
"È un gol che nasce dallo studio via video. Io guardavo e guardo tante partite. Avevo osservato l’Ajax, una squadra fortissima, e mi ero accorto che a volte i loro difensori eccedevano nei palleggi, quasi sbeffeggiavano gli avversari. Abusavano della loro qualità, facevano un po’ i saccenti e si prendevano dei rischi. Arrivò questa palla alta e mi infilai tra Frank de Boer (futuro allenatore dell’Inter, per poco nel 2016, ndr) e Van der Sar (futuro portiere della Juve, ndr). Intuii che ci potesse essere un’incomprensione tra i due e ne approfittai. Rubai il tempo, andai verso il fondo e calciai con una torsione. Lo spazio era minimo, imbucai il pallone nel corridoio giusto".
Vinta la Champions, la Juve si “liberò” sia di Vialli sia di lei. Di Gianluca si sapeva, la cessione di Ravanelli al Middlesbrough fu una sorpresa.
"Era la strategia di mercato della Juve di quegli anni, diretta da Moggi, Giraudo e Bettega. Cedettero Gianluca e me, come poi avrebbero venduto Bobo Vieri, Boksic, Cannavaro, Paulo Sousa, persino Zidane. Erano scelte studiate, individuavano i sostituti con largo anticipo e di solito non sbagliavano. Quanto a me, non dico che mi sentii tradito, ma ci rimasi male, questo sì. Venni colto di sorpresa, non ebbi il tempo di riflettere e in poche ore mi ritrovai al Middlesbrough. Con il senno di poi, forse avrei dovuto oppormi, far valere il contratto che avevo, ma andò così. Sempre con il senno di poi, mi viene da pensare che le due successive finali di Champions, perse dalla Juve contro Borussia Dortmund e Real, magari le avremmo vinte, se Gianluca ed io fossimo rimasti".
Middlesbrough, Olympique Marsiglia, Derby County, Dundee. Tante esperienze all’estero.
"Al Middlesbrough facevo coppia con Juninho Paulista, segnai caterve di gol. All’Olympique ho lasciato un pezzo di cuore. La curva mi accolse con uno striscione indimenticabile: 'Sei il nostro sole'. E quando ci sono tornato da dirigente, altra gigantografia, la mia immagine in un faccia a faccia con Ducrocq, in una vittoria memorabile contro il Psg".
C’è un giocatore in cui oggi si rivede?
"Pio Esposito dell’Inter: mi piace la sua combattività. Se impara a difendere, ad attaccare i difensori come facevamo Vialli ed io... Uno in cui mi sono immedesimato però c’è stato anni fa e parlo di Mario Mandzukic della Juve. Mi ritrovavo proprio nella sua voglia di lottare fino alla fine".