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Chivu aveva più risorse, ma Conte ha saputo sfruttarle meglio. E ora occhio alla Juve...

Gazzetta

È stata una grande partita, Inter-Napoli: ricca di gol e cose belle (anche di errori, ci mancherebbe), piena di emozioni e aperta fin oltre il novantesimo (nel recupero Mkhitaryan ha colpito il palo), nobilitata dalle giocate di tanti campioni (stavolta ha colpito soprattutto la prova straripante di due azzurri, McTominay e Hojlund, ma che dire del ritrovato Zielinski e del gol di Dimarco?). Una grande partita tra le squadre migliori del campionato, quelle con più qualità, talento, quantità. Anche se alla fine il pareggio dà maggiore soddisfazione alle altre, alle avversarie: l'Inter conserva tre punti di vantaggio sulla seconda ma non scappa, il Napoli rimane intruppato nel gruppo, intanto Milan, Roma e Juve (se stasera batterà la Cremonese) nonostante tutto sono lì vicine. Con quali possibilità di spuntarla? Certo meno rispetto alla squadra di Chivu e anche a quella di Conte, ma tenere il loro passo mette anche Allegri, Gasperini e Spalletti nelle condizioni di poter provare a giocarsela. 

Abbiamo detto che Inter e Napoli sono le squadre più forti anche perché sono le più complete, quelle con l'organico più ampio. E in assoluto, al netto degli infortuni, è effettivamente così. In questa partita però i nerazzurri avevano maggiore ricchezza, visto che dall'altra parte l'assenza di Neres - spesso decisivo nell'ultimo periodo - si è aggiunta a quelle di Anguissa, De Bruyne, Gilmour e Lukaku (a Chivu invece manca solo Dumfries). Una differenza che è emersa quando si è trattato di cambiare la partita con la panchina: l'Inter ha fatto cinque sostituzioni buttando dentro gente come Mkhitaryan, Esposito, Bonny, Sucic e Carlos Augusto; il Napoli ha messo dentro il solo Lang (più Mazzocchi al 94'). Il fatto che sia stato proprio l'olandese l’uomo della giocata determinante - l'assist dalla linea di fondo per il 2-2 di McTominay - non cambia la sostanza: i nerazzurri avevano più risorse, non sono state sufficienti per vincere e andare in fuga. E così si è confermata la difficoltà di Chivu negli scontri diretti: con il Napoli ha raccolto un punto in due partite, con Juve e Milan ha perso, l'unica formazione di vertice che ha battuto è la Roma. Nonostante l'inevitabile tensione, in campo c'è stata lealtà: un solo ammonito, Juan Jesus nel recupero, testimonia che il confronto è stato corretto benché molto fisico. L'unico a perdere le staffe è stato Conte per via di quel rigore che poteva decidere la sfida: il fallo è netto, Antonio forse non l'aveva visto e certamente ha usato toni sbagliati ma non è il caso di esagerare con le lezioni di morale, in certi momenti è difficile restare calmi (anche se sarebbe meglio riuscirci).

Il Milan ha lasciato altri due punti contro una squadra che lotta per la salvezza - prima il Genoa, poi la Fiorentina - e anche stavolta ha ripreso la partita per i capelli e ha rischiato di perderla all'ultimo respiro (dal rigore di Stanciu alla traversa di Brescianini). Doveva prendersi sei punti, o almeno quattro, e ha rischiato di restare a zero. Contro le ultime, i rossoneri sbuffano. I pareggi delle prime tre offrono alla Juve l'opportunità di rifarsi sotto, anche se non bisogna dimenticare che Inter, Milan e Napoli in settimana recupereranno le gare rinviate per la Supercoppa. Spalletti ha vinto quattro delle ultime cinque gare e ha dominato l'unica che ha pareggiato. I segnali sono molto incoraggianti, Luciano ha cambiato volto ai bianconeri ma battere la Cremonese non è scontato. Basta vedere cosa succede al Milan con le piccole. O cosa è accaduto alla stessa Juve con il Lecce.