Questo è un libro di calcio ma anche no. Racconta la storia di un uomo che ha fatto grande il vivaio dell'Atalanta ma soprattutto, attraverso mille aneddoti, parla ai giovani di oggi: perché il talento, di ogni forma e colore, va sì capito, ma soprattutto incoraggiato. È un libro che racconta di campioni ma anche di chi poi non ha giocato né in Serie A né in Nazionale, però ha vinto lo stesso costruendosi una vita solida fatta di impegno, umanità, correttezza. Si chiama "I ragazzi del dottor Brolis" (191 pagg.; 19 euro; Equa Edizioni), a cura di Maria Teresa Brolis e Marco Carobbio.
Il volume, come detto, attraverso l'epopea di Giuseppe Brolis, uno degli artefici del grande vivaio dell'Atalanta nel Secondo Dopoguerra, racconta in realtà tutta l'epopea di quel grande calcio, fatto di umanità prima che di intuizioni tecniche. L'Italia che si stava ricostruendo una dignità e che attraverso il calcio si sarebbe riscoperta vincente, dall'Europeo 1968 al Mondiale messicano del 1970 al trionfo della "generazione Mundial" nel 1982. Molti dei protagonisti sono nel libro ma raccontati da un'ottica diversa. Il "dottor" Brolis, "troppo magro per sfondare come atleta", guardava l'animo dei ragazzi, prima e oltre le qualità tecniche. Domenghini, Scirea, Fanna che inseguiva il pallone in discesa "perché in salita è troppo facile", addirittura un giovanissimo Maradona: campioni sì, ma raccontati quando erano ragazzini che palleggiavano contro i muri o correvano nei campi. Questo libro nasce dall'eredità morale del Secondo Dopoguerra ma parla ai giovani di oggi: ricorda loro che il talento non ha una sola grammatica, e va incoraggiato sempre. E soprattutto ricorda loro che non serve diventare campioni per sentirsi realizzati: credere in se stessi e negli altri è un diritto, forse è questo il più grande insegnamento di quel "dottore" che fece grande una generazione.