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Almeida, tutto per la rosa: "Giro, è arrivato il mio momento. E nel garage ho un'auto segreta..."

Gazzetta

Gli manca l’ultimo passo. Che per definizione è il più difficile, ma questo per Joao Almeida non è un problema. "Se torno al Giro d’Italia è perché penso di poterlo vincere", ammette il 27enne portoghese compagno di Tadej Pogacar alla Uae che proprio al Giro - nel 2020, con 15 giorni in rosa e il 4° posto finale - si era rivelato. All’ultima Vuelta è stato il rivale più serio di Jonas Vingegaard, chiudendo secondo a 1’16” dal danese, e dunque affronta il 2026 più che mai in rampa di lancio.

Almeida, è stato al Giro 2020 che ha capito per la prima volta di poter vincere un grande giro?

"Sì, è stata una esperienza decisiva per me. Ero giovane, avevo molto da imparare, e quelle tre settimane sono state un bellissimo viaggio di formazione".

Il Portogallo non ha una grande tradizione nel ciclismo, e nella sua famiglia lei è il primo che lo fa. Come è arrivata questa scelta?

"Sono stato sempre uno sportivo, sin da piccolo. Ho provato calcio, nuoto, ma sin da quando ho memoria... andavo in bici. Tutti i giorni. La bici c’è sempre stata. Ho provato con la mountain bike, mi è piaciuto, ma poi ho capito che ero fatto per il ciclismo su strada".

Il fatto che in passato abbia pedalato anche al buio... Verità o leggenda?

"Verità. Succedeva, e anche spesso, quando andavo a scuola. Mi allenavo dopo le lezioni e aver studiato. Finivo alle 19.30, mangiavo qualcosa velocemente, e poi a pedalare fino alle 21.30-22. Ovviamente, avevo la luce e tutto il necessario sulla bicicletta. Anche se...".

Sì?

"Ogni tanto è capitato che la luce non funzionasse e sono tornato a casa senza. Pericoloso, sì, ma è ciò che mi è capitato".

Chi erano i suoi idoli nel ciclismo?

"Chris Froome, innanzitutto. E poi il mio connazionale Rui Costa, che nel 2013 quando ero un teenager diventò campione del mondo a Firenze".

Sappiamo che anche Cristiano Ronaldo continua a essere una ispirazione per lei: per quale motivo, in particolare?

"Perché è venuto dal nulla, ha lavorato tantissimo per realizzarsi. Inoltre, esprime grandi valori. E si può considerare il miglior calciatore di tutti i tempi. Sarà sempre il numero uno per me: non l’ho mai incontrato finora, spero che prima o poi succederà".

E segue altri sport, oltre il ciclismo?

"Amo in particolare il mondo del motorsport. Piloti come Verstappen, Leclerc, Hamilton... Mi piacciono tutti, ognuno a suo modo è unico. E ho una passione per le belle auto, più che per i brand".

Nel suo garage ce n’è qualcuna speciale? Sorride.

"Preferisco non dirlo, lo tengo per me".

Quale pensa sia la sua dote migliore, da atleta?

"Conosco benissimo il mio corpo. So ascoltarlo. Ho la chiara percezione di dove posso arrivare".

La storia dei suoi risultati nei grandi giri dice che ormai è pronto per vincere uno...

"Sì. L’obiettivo al Giro sarà vincerlo, e farò tutto ciò che posso perché diventi una realtà. Alla Vuelta, pochi mesi fa, non c’è stata una grande differenza con Vingegaard. Lui veniva dal Tour e probabilmente non era al top... Ma neppure io lo ero. Ogni anno sono migliorato, e ho la sensazione che possa accadere pure nel 2026. Lo dico con realismo".

Lei è compagno di squadra di Tadej Pogacar, lo vede da vicino: in che cosa è così speciale?

"Anzitutto, semplicemente per... genetica, è il migliore di tutti. A questo, aggiunge il fatto di lavorare molto duro. Se poi posso fare un paragone con me. io non penso di avere l’ossessione per il ciclismo, nel senso che non è il 100 per cento della mia vita. Tadej ce l’ha, per lui lo è. Resta un ragazzo normale, ma è come se respirasse ciclismo, che è la sua unica vera passione".

Da dilettante, lei ha corso per la Trevigiani vivendo in Veneto, e se la cava bene pure con l’italiano. Che cosa le piace del nostro Paese, e che cosa no?

"L’Italia è bellissima. L’unica cosa che cambierei è il traffico che c’è in strada. Troppo".