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Daniela Beneck e la tragedia di Brema: "Persi sette amici. Così mi salvai grazie a mia sorella Anna"

Gazzetta

Appena sei mesi prima, Daniela Beneck era entrata nella storia dello sport, prima nuotatrice italiana a battere un record europeo. Era il 27 luglio 1965 ed era stata la più veloce di tutte nei 200 stile libero. Ne batterà altri, ma non sarà mai più la stessa cosa. Mai più la stessa emozione. Perché 60 anni fa esatti, per la campionessa nata a Torino e diventata una stella a Roma “è finito tutto”. Ventotto gennaio 1966: all’aeroporto di Brema si schianta l’aereo su cui viaggiava la squadra azzurra di nuoto. Nessun superstite. Morirono sette giovani azzurri, Bruno Bianchi, Dino Rora, Sergio De Gregorio, Amedeo Chimisso, Luciana Massenzi, Carmen Longo e Daniela Samuele, oltre all’allenatore Paolo Consoli e al telecronista Rai Nico Sapio. Doveva esserci anche lei, “ma il destino è strano, feci altre scelte”. 

Cos’è cambiato per lei quel giorno? 

“Tutto. Io quel giorno ho chiuso con il nuoto. Entrare in acqua voleva dire immergermi fisicamente nel dolore. Lo spogliatoio era quello che dividevo con Luciana, eternamente pieno dei momenti passati ridendo raccontandoci dei nostri amori e dei nostri desideri, andare in piscina era diventato un dramma. Ho passato dei mesi pesantissimi e non c’erano le strutture di sostegno che ci sono oggi, non c’era nulla se non l’amore della famiglia. Ma era difficile, c’erano momenti in cui avevo bisogno di sfogarmi e non lo facevo perché sennò la mamma stava male o il papà diceva di smettere di piangere. Alla fine ad aiutarmi di più sono stati i bagnini e le bagnine del Foro Italico e dell’Acqua Acetosa. La loro assistenza affettuosa, il modo con cui si sono presi cura di me, la semplicità con cui intervenivano quando mi sentivano parlare in doccia con Daniela, magari offrendomi una camomilla, mi sono rimasti nel cuore”. 

Ha perso sette amici, tutti insieme. 

“Più due persone importanti come Nico Sapio, che con le sue telecronache parlava di noi al mondo e ci ha di fatto portato in mezzo alla gente, e un tecnico preparato come Paolo Consoli”. 

Oggi che ricordo ha di quanto accaduto? 

“Quest’anno compio 80 anni e devo dire che loro hanno sempre camminato con me. Non li ho visti più, ma li ho vissuti lo stesso. Ci sono sempre stati, nei momenti di gioia e in quelli di dolore, io mi rivolgo a loro come i miei angeli custodi. Mi hanno aiutato a realizzare la mia vita, perché dal grande dolore si esce solo costruendo qualcosa e io ho costruito con Roberto Frinolli (oro europeo nel 1966 nei 400 ostacoli, ndr) una bella famiglia. I miei compagni sono ancora con me e nel ricordo li vedo belli, alti, giovani, sorridenti, allegri, saranno per sempre così. Abbiamo condiviso la felicità. Fino al 28 gennaio 1966 io ho vissuto un mondo magico. Eravamo uno squadrone, avevamo vinto il Sei Nazioni arrivando sul tetto d’Europa. Siamo stati i pionieri del nuoto italiano, noi abbiamo sfondato. Grazie a noi sono state trasformate le piscine, sono stati alleggeriti i costumi, abbiamo fatto la differenza e consegnato al futuro un nuoto bello”. 

Anche per questo vanno ricordati. 

“Soprattutto per questo. Vanno celebrati Questi ragazzi non per la loro morte, ma per la loro vita, che è stata bellissima. Vanno ricordati per quello che hanno dato, per il loro essere stati dei campioni sorridenti fino all’ultimo. Sono sicura che anche su quell’aereo fino alla fine hanno detto ‘Ce la faremo’. Erano ragazzi d’oro. Da Daniela, che partendo ha messo il suo primo vestito da sera in valigia, a Luciana che aveva paura di volare e andando via mi disse: ‘Ti abbraccio, sappi che se succede qualcosa io ho un anello con scritto Luciana per farmi riconoscere’. E poi Carmen, quanto abbiamo riso, e Sergio, Bruno, Amedeo, bellissimi, le nuotatrici straniere facevano a gara. E poi Dino, che prima della partenza chiamò la mamma e le disse ‘perdonami di tutto’. Vogliamo dire che uno se lo sente? Non lo so, penso che qualcosa si avverta. A me resta la loro presenza al di là di un vetro immaginario e la canzone che sentivamo sempre, Amore di Don Backy”. Sì, questi sette ragazzi che hanno perso la vita per amore del loro sport vanno ricordati”. 

Come mai lei non andò a Brema? 

“Nessuna motivazione tecnica o di salute, stavo benissimo ed ero anche in forma. Ma il 22 gennaio si era sposata mia sorella Anna e io ho sfruttato l’evento per sfilarmi. C’ero già stata, mi pare nel ‘62, e non mi era piaciuta per niente, la piscina era brutta da morire, fredda, buia, nera… Mi ero detta: ‘A Brema mai più’. Così il mio allenatore, Franco Baccini, disse no a Consoli che fino all’ultimo insisteva per avermi”. 

Questo come l’ha fatta o la fa sentire? 

“Qualcuno, soprattutto ai tempi, parlava di me come della sopravvissuta. Mi ha dato fastidio, ma quando una mamma ti guarda e ti chiede ‘Perché mia figlia sì e tu no?', cosa puoi risponderle? La vita e il destino hanno scelto. Ma essere considerata una sopravvissuta non è bello. Se fossi scampata all’incidente sarei una sopravvissuta, ma io non ero lì, ho fatto delle scelte, ho preso un’altra strada. Sopravvissuta è un termine sbagliato”. 

Ricorda il momento in cui l’ha saputo? 

“Perfettamente, me lo disse la mia mamma svegliandomi la mattina dopo. Nella notte era stata chiamata da un giornalista che aveva saputo che tra le vittime c’era una Daniela, ma non conosceva il cognome. Quando rispose le chiesero: ‘Dov’è Daniela?’, ‘Nel suo letto che dorme’, ‘Ringrazi Dio signora, a Brema è caduto l’aereo’. Non sapevano come dirmelo e chiamarono Piera Croce, la mia amica del cuore e anche lei nuotatrice, dorsista come Luciana, perché avessi qualcuno da abbracciare. Poi mamma mi svegliò accarezzandomi, la vidi sconvolta, con gli occhi pieni di pianto, pensai subito fosse morto qualcuno. ‘Che è successo?’. Mi guardò e non riuscì a dire altro che: ‘Tutti’. ‘Tutti chi?’, le ho ripetuto. E lei: ‘Dani, sono morti tutti, è caduto l’aereo a Brema’. Io mi sono alzata, sono andata verso la finestra e ho detto ‘vengo anch’io con voi’, perché se ti strappano qualcosa di grande ti esplode la voglia di raggiungerla. Fu Piera a riacchiapparmi, a dirmi: ‘Stai qui, noi abbiamo bisogno di te’. Sono cose indelebili. I miei amici amavano la vita. Ricordiamoli così”.