Se nasci a Ripa Teatina, il paese delle radici di Marciano, e tuo padre ti chiama Rocco (subito diventato Rocky) perché in quegli anni "The Brockton Blockbuster" è semplicemente il più forte e popolare pugile del pianeta, il destino è segnato: costruirai la tua storia su un ring. Rocky Mattioli è stato campione in due emisferi, e uno degli eroi più amati della grande epopea della boxe italiana negli anni 70, un uomo da prima pagina che non ha mai derogato ai suoi principi e sempre e per sempre sarà innamorato del suo sport.
Rocky, con un nome così e con quelle origini, non aveva altre opzioni che tirare di boxe.
"Sono nato nel 1953, Rocky Marciano era campione del mondo e a Ripa Teatina si respirava il grande orgoglio di aver dato i natali a suo padre. Quando sono cresciuto, mi hanno raccontato che papà, all’anagrafe, al momento di dichiarare il mio nome, aggiunse una frase: "Magari diventa pugile pure lui'".
Ci vide lungo: però lei il pugilato lo conobbe in Australia.
"Eravamo una famiglia povera, di contadini, papà emigrò nel 1957 e io lo raggiunsi nel 1959. In quei due anni, si era già potuto permettere una casa. A dieci anni andai in palestra per accompagnare mio cugino, che non parlava troppo bene l’inglese, mentre io ero più portato: voleva imparare a tirare pugni perché i ragazzi australiani del quartiere lo picchiavano tutti i giorni, ci chiamavano 'mangiaspaghetti' e giù botte. Io mi difendevo, lui un po’ meno, così gli feci compagnia in quell’avventura".
Quando si rese conto di avere un talento particolare?
"Mi appassionai subito, ma non pensavo di poterne fare un lavoro. L’istruttore era un veterano di guerra e un grande amante della birra, arrivava in palestra già ubriaco, si metteva al centro del ring e ci chiedeva di schivare i suoi colpi, così un giorno sì e l’altro no tornavo a casa con il naso sanguinante. Però stare lì mi affascinava. Ma dopo aver perso i primi cinque match volevo smettere, fu lui a dirmi di continuare, perché vedeva della buona stoffa. E mi insegnò a portare anche il sinistro, fino a lì avevo usato solo il destro...".
Nel 1975 il ritorno in Italia, con i buoni uffici di Umberto Branchini.
"In Australia avevo battuto anche Perkins, ex avversario di Loi, ed ero diventato campione australiano e asiatico dei welter. Giovanni, il figlio di Umberto Branchini, venne a Melbourne ad accompagnare un suo pugile, il padre gli aveva detto di dare un’occhiata a questo Mattioli. Io ero già stato fregato un paio di volte, dissi a Giovanni che se mi volevano doveva venire a dirmelo Umberto di persona. Venne. Arrivai a Milano e mi fecero fare due match in un mese, il primo contro l’ex campione d’Europa Hansen: se penso che adesso ne disputano uno all’anno...".
3 aprile del 1976, al Palazzo dello Sport di Milano, Mattioli il giovane rampante affronta il vecchio leone Arcari: finisce pari, ma i giudici hanno un occhio di riguardo per l’antico campione.
"È stato il match della svolta, quello che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano e mi ha dato la popolarità. È stato l’incontro più impegnativo della mia vita, Arcari era nella fase calante della sua parabola, ma restava un grandissimo campione, il più forte che abbia mai incontrato. Non si lasciava mai inquadrare, e poi era mancino, sfuggente, abilissimo a rientrare. Vinsi gli ultimi due round e la gente capì che ero forte pure io".
E l’anno dopo, a Berlino, arriva il Mondiale contro Dagge: Mattioli diventa il terzo italiano dopo Carnera e Benvenuti a conquistare il titolo all’estero.
"Dovevo essere la vittima sacrificale, mi seguirono appena due giornalisti, perché nessuno credeva potessi farcela. Lui era super protetto e combatteva in casa, per vincere si poteva soltanto metterlo ko, dicevano. Ma io mi ero preparato come un ossesso, avevo passato cinque settimane in una casa grandissima da solo, ad allenarmi come l’altro Rocky, quello di Stallone, di cui continuavo a guardare il film, e mangiando praticamente solo uova. Vinsi per ko al 5° round, il mio match più bello".
Due difese, poi nel 1979 a Sanremo la sconfitta con Hope in pratica combattendo con un braccio solo.
"Il mattino del match sto andando in palestra a fare l’ultima pesata di controllo e un Apecar mi taglia la strada: per evitarlo, mi butto a terra e mi fratturo la mano destra. Salgo lo stesso sul ring, e al primo colpo l’osso si rompe definitivamente: per otto round, fino a quando ho dovuto fermarmi, ho boxato solo con il sinistro, proprio quel braccio che da ragazzino non usavo mai".
Con l’inglese ha perso anche la rivincita nel 1980.
"Il mio unico rimpianto. Lui era un campione, ma io mi ero addolcito. Cioè, mi ero sposato, e fino a quando decidi di stare su un ring non puoi pensare ad altro, soprattutto a una famiglia. Dovevo rimanere un leone in gabbia che poi si scatenava quando lo liberavano, e invece la mia testa era da un’altra parte. Però ho avuto tre figli splendidi, quindi forse era destino e nel cambio ci ho guadagnato".
Chiamarsi Rocky ed essere nato nel paese di Marciano ha contribuito ad accrescere la sua popolarità?
"Credo di sì, anche se per me parlano pure i risultati. L’aura di Marciano è sempre stata in sottofondo durante la mia carriera, ma io mi sono sempre ispirato a Muhammad Ali: stilisticamente ero completamente all’opposto, però ho amato la sua personalità dentro e fuori dal ring".
Le piace la boxe di oggi?
"La boxe di oggi è morta, i ragazzi vengono in palestra e al primo pugno vero che prendono, mollano. Io sul ring ho inseguito il riscatto, mi sono rotto costole, mascella, braccia, ma sono sempre andato avanti. Non si tratta solo di pugilato, ma di come vuoi affrontare la vita".