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Albertini: "Sorpreso da McTominay. Scudetto? L'Inter è la più forte, anche se..."

Gazzetta

C’è sempre (almeno) una data nella vita di ognuno e Demetrio Albertini, che pure ha 365 giorni eternamente densi di sé, del suo talento e della intelligenza, ogni tanto il 15 gennaio s’inventa cose speciali. Trentasette anni fa, era dunque il 1989, debuttava in Serie A, ma guarda un po’ in Milan-Como (quasi come se fosse ieri, ma a campi invertiti) e 37 dopo se ne è andato a spasso per Pavia, una torcia in mano, per questa Milano-Cortina che l’avvolge. "E se aspettando che arrivasse il momento ho avvertito il gran piacere di vivere questa giornata, nel momento in cui mi sono vestito con la tuta e poi ho visto la fiaccola e poi l’ho avuta tra le mani mi sono emozionato parecchio". Demetrio Albertini è un uomo e anche un calcio d’altri tempi, quelli che poi alla fine restano per sempre, bagliori di un’epoca da custodire gelosamente, come romanzi che ti imprigionano dolcemente.

Il tedoforo Albertini fa (quasi) tutto il 15 gennaio... 

L’Albertini di oggi che osserva il calcio di ieri e di oggi. 

"Beh, poi non mi sono annoiato nel resto della mia esistenza. Né conto di farlo. Però è stato veramente bello. Analogie tra questi due appuntamenti: la nebbia. Ce n’era a San Siro allora, ce n’era durante il percorso a Pavia".

"Non fa l’errore di restare inchiodato alla malinconia o al passato. È cambiata tanto la società, non può fare eccezione il calcio. Bisogna contestualizzare. E questo mondo, il nostro, adesso ha bisogno di essere maggiormente attrattivo. È un aspetto che imparai in Spagna, cultura assai prossima alla nostra, un orientamento che arriva dal Real e dal Barcellona soprattutto. Poter avere un gruppo di giovani che appartiene al proprio Paese deve essere un fattore. E un altro è il desiderio di fare un gol più degli altri. È la natura del gioco".

È un principio ideologico. 

"È andata crescendo la concorrenza, c’è un mercato aperto, ma dobbiamo dare un senso alla identità e dare un’occhiata alla italianità. Detto ciò, quando acquistiamo, mi piacerebbe che arrivassero calciatori che nell’uno contro uno ci seducano".

O semmai, figure dominanti come quella di Scott McTominay. 

"Che mi ha stupito per le sue qualità altissime, per quella universalità che ha saputo imporre in un anno e mezzo. Gli abbiamo visto fare di tutto, la mezzala e l’esterno, l’attaccante - persino quello - e poi il mediano e il play. Quanti ce ne sono in giro come lui? Che sia stato il centrocampista più forte in Italia non lo dico solo io ma l’hanno detto i suoi colleghi, che al Gran Galà del calcio l’hanno eletto Mvp. I voti arrivano da quelli come lui e valgono di più".

Valore aggiunto: i gol. Che se non sono belli quasi non li fa.

"Ne segna tanti. E sono decisivi in genere. Che è un’altra bella differenza rispetto alla normalità. Detto di ciò che sta dimostrando qua, anche dopo aver vinto lo scudetto e la Supercoppa, non so se sia pure il più forte d’Europa, sicuramente è tra i migliori, e a me sembra persino un dettaglio, ma poi si può anche aggiungere: complimenti a chi ha avuto l’idea di portarlo a Napoli".

C’è del buono in questo Paese? 

"Intanto spero che Gattuso ci porti al Mondiale. Ha le capacità per riuscirci costruendo un gruppo, perché l’evoluzione non passa solo attraverso la tattica. Non siamo male, la qualità esiste ma ci manca la quantità. Io sto vivendo di speranze, prima di dire chi possa diventare campione del mondo. La fiducia d’altro canto è gratis".

Ha una serie di bonus: indichi qualche ragazzo. 

"Pio Esposito è tutto da gustare con i suoi 20 anni e guai sorprendersi. Bisogna avere coraggio nel lanciare i ragazzi. Come ne ha Fabregas, che ha detto: vorrei più italiani ma non li trovo. Il suo Como è bello. E poi, facile: Nico Paz al quale è stata concesso di mostrarsi per quello che è ed ha solo 21 anni anche se ormai si è impadronito della scena, e poi Bernabé del Parma".

Cosa vede Albertini in lontananza? 

"L’Inter è la più forte, si può dire. Ma non sempre chi è più forte poi vince lo scudetto. Il traguardo è distante, devono ancora giocare tutti contro tutti, ci sono Milan, Napoli, Juventus e Roma, ognuna con la proprie qualità. Non mi stupisco di nessuna di queste: il Milan con Allegri ha Modric, il direttore d’orchestra che nessuno possiede; il Napoli ha Conte, vincente pure lui, con pregi e difetti, ma esigente al punto da far lievitare il club; che la Juve con Spalletti sia lì non mi sorprende, proprio perché ha Spalletti; e la Roma del Gasp ha un riferimento alto".