Romania, Qatar, Emirati Arabi, Albania, Ucraina, Grecia e, infine, Georgia. A leggerla così sembrerebbe la cartina di un viaggiatore esperto che segna i Paesi dove è stato. Invece sono i campionati in cui ha allenato Diego Longo, tecnico italiano che ha appena vinto i suoi due primi trofei al Dila Gori, la squadra della città di Stalin.
Continuiamo il viaggio: siete stati anche in Qatar, all’Al-Jaish Sport Club.
Diego, come è finito ad allenare in Georgia?
"È solo l’ultima tappa di un viaggio bellissimo che dura da 25 anni. Ho iniziato prestissimo, con i settori giovanili delle squadre della Liguria, la mia regione. Poi, nel 2005, ho iniziato il mio sodalizio con Răzvan Lucescu, figlio del leggendario Mircea Lucescu. Con lui ho viaggiato per il mondo come assistente".
Da dove avete iniziato?
"Dal campionato rumeno: Rapid Bucarest e Brașov. Abbiamo fatto bene e siamo finiti ad allenare la Nazionale maggiore, una Romania fortissima con Mutu e Chivu, che era il nostro capitano".
Che ricordo ha del Chivu calciatore?
"Cristi è un grandissimo, un campione umile, sempre disposto ad aiutare gli altri, e per “altri” intendo proprio tutti, non solo i compagni di squadra. Ricordo che, in occasione di una trasferta in Ungheria, al termine di un lungo viaggio, i calciatori scesero dal pulmino con il borsone in mano e andarono spediti verso l’hotel per riposare. Lui, invece, restò sul minibus e aiutò i magazzinieri a scaricare tutto il materiale. I compagni videro il gesto e tornarono indietro ad aiutarlo".
E del Chivu tecnico?
"Lo rispetto molto, innanzitutto perché è uno dei pochi ex calciatori che non si approfitta del proprio nome per fare carriera: prima di iniziare ha studiato tantissimo, a differenza di molti. E poi la sua Inter è una delle poche squadre italiane che fa bel calcio. Da tecnico seguo ovviamente tutti i campionati europei, ma quello italiano faccio proprio fatica a vederlo: il 90% delle squadre gioca un calcio vecchio, poco internazionale, con tatticismi esasperati. Ci sono partite davvero difficili da guardare, come quelle di Lecce e Verona; invece mi piace molto il Como di Fabregas, che ha un’idea di calcio molto simile alla mia".
"Con cui abbiamo vinto anche una coppa. Nessuno potrà mai rifarlo, anche perché il club non esiste più. La squadra, fondata per rappresentare le Forze Armate del Qatar, è stata sciolta nel 2017 per una questione di soldi. Ho bei ricordi di quell’esperienza, ma quel mondo non è esattamente la mia tazza di tè".
Ci racconta un episodio?
"In Qatar non c’è una grande tradizione calcistica e spesso si fa fatica a riempire gli stadi. Prima delle partite arrivano questi autobus enormi pieni di addetti ai lavori: muratori, operai, carpentieri. Appena scesi dal mezzo, ognuno riceve una sciarpa della squadra di casa, una bustarella con dei soldi e un foglietto su cui sono scritti i cori da fare. Finita la partita, risalgono tutti sul bus, vanno in un altro stadio dove si gioca, prendono una sciarpa diversa, un foglietto con i cori nuovi e vanno a vedere un’altra partita".
Siete stati anche all’Al-Hilal di Inzaghi: secondo lei l’Arabia Saudita è la nuova frontiera del calcio?
"Un’altra bella avventura, se me lo chiedessero ci tornerei domani. Ma anche quello non è il mio mondo: è un calcio finto, tutto artificioso, costruito dal nulla, come i loro palazzi che spuntano dal deserto. Gli investimenti sono enormi, ma la radice, la cultura, quella non esiste e non la si può comprare. Noi italiani nasciamo, cresciamo e moriamo con il calcio; da noi è una storia fatta di figli e padri, nonni e nipoti. Questa è la nostra forza. Per questo mi sono rifiutato di vedere la Supercoppa a Riad: non dobbiamo scimmiottare quel calcio lì".
Secondo lei, quindi, è una bolla che esploderà?
"Credo di sì. Per me queste faraoniche campagne acquisti sono solo un grande spot pubblicitario in vista del Mondiale di Riad nel 2034. Su quell’evento mi sono fatto raccontare alcune cose e posso assicurare che sarà l’evento più lussuoso della storia dell’uomo: non posso dire nulla, ma sono in programma cose che, anche solo a immaginarle, sembrano quasi impossibili".
Quando il passaggio da tecnico ad assistente?
In Serie C, al Sestri Levante.
E in Grecia siete stati al Paok.
"Xanthi e Paok. La Grecia è un Paese incredibile: non ho mai assistito a un tifo del genere, ogni stadio è una bolgia. Con il Paok abbiamo anche vinto tanto. Abbiamo lasciato dopo la squalifica del 2018, quando il presidente Ivan Savvidis, un oligarca russo di origine greca, dopo l’annullamento per fuorigioco di un gol contro l’Aek Atene sul punteggio di 0-0, entrò in campo prima del recupero con una pistola in mano e minacciò l’arbitro. Alla fine la rete di Fernando Varela venne assegnata due ore dopo la fine della partita e il campionato fu sospeso. Quell’episodio mi ha fatto andare via dalla Grecia".
"Dopo l’esperienza in Ucraina, alla Dinamo Kiev. Fu il mio ultimo anno da assistente: decisi che era arrivato il momento. Era il 2021, avevo già un accordo per andare in Arabia Saudita, ma saltò all’ultimo. Rischiavo di saltare la stagione e quindi decisi di andare in Albania, al Kukësi".
Com’è il campionato albanese?
"Il campionato più corrotto al mondo. I rapporti tra club e istituzioni calcistiche e non sono molto complicati. Ho visto tante cose inaccettabili, ma c’è un episodio che batte tutti gli altri".
Ce lo racconta?
"Il mio primo anno con il Kukësi ci giocammo l’ultimo posto valido per l’Europa con il Partizani. Loro sono una delle squadre più importanti, l’equivalente albanese della Juventus, e hanno un potere incredibile. Il giorno prima della sfida ci tolsero il campo d’allenamento, dicendo che avevano organizzato una gara della loro Under 16. Ma il peggio avvenne il giorno dopo. Durante la partita il Var venne scollegato per 15 minuti, “problemi tecnici” secondo l’arbitro: in quel frangente ci vennero negati due rigori clamorosi e ne venne assegnato uno inventato al Partizani, che vinse e si qualificò per l’Europa. Dopo il fischio finale entrai negli spogliatoi indemoniato e dissi al mio presidente che doveva alzare la voce, che la situazione era inaccettabile. Lui, che all’epoca era anche sindaco di una città albanese, mi rispose: “Non ti devi arrabbiare, a noi va bene così”. Venne arrestato un anno dopo".
Come mai?
"Scandalo sessuale: misero una telecamera nel suo ufficio, il video finì anche su YouTube. Penso si possa ancora trovare. Però la sua avventura in Albania è proseguita. Prima al Flamurtari e poi al Teuta. Portai la squadra, che non stava andando bene, a giocarsi i playoff per il massimo campionato, ma perdemmo lo spareggio per colpa di una papera del portiere all’ultimo minuto. Dopo il Teuta, dove non c’erano strutture e scuole, abbandonai e tornai in Italia".
"È stato come tornare in Albania: non c’era la voglia di fare quel passo in avanti".
E poi il passaggio da Genova alla Georgia, al Dila.
"La città dove nacque Stalin: abbiamo un museo a lui intitolato con vari cimeli. In giro per la città ci sono ancora i suoi busti, ma non sono oggetto di culto: non c’è nostalgia del comunismo, i turisti ci fanno i selfie".
E con il Dila Gori sono arrivati i suoi primi due trofei da tecnico.
"Abbiamo vinto Coppa e Supercoppa di Georgia. Ho allenato il gruppo più variegato e giovane della mia carriera: tredici africani da tredici parti diverse dell’Africa, brasiliani, ucraini, georgiani, tutti giovanissimi. Il più vecchio in rosa era un 2004".
Come si allena un gruppo così variegato?
"Ogni allenatore ha la sua filosofia. Io ho un master in psicologia e porto negli spogliatoi quello che ho imparato studiando. Ai miei ragazzi ho detto: “Scoprite le vostre differenze e lavorateci sopra”. Lo hanno fatto e sono cresciuti tantissimo. L’anno prossimo ci giocheremo i preliminari per la Conference".
Qual è il suo sogno nel cassetto?
"Sto lavorando per andare da qualche parte, ma non so ancora dove. Mi piacerebbe avere una chance di allenare un club europeo".