Una prova d’appello, qualcosa di simile. John Elkann, numero uno bianconero, è chiamato a decidere e decidere significa mettere ordine su una realtà sconfinata nel (quasi) caos. Rivoluzione sullo stile rossonero alla Cardinale o un passaggio netto, ma non giacobino sopra le teste dei suoi amministratori o tecnici alla Continassa? Il tempo delle riflessioni non è finito, ma l’indirizzo c’è: cambiare o, meglio, ricambiare marcia al vertice del club non avrebbe quel senso compiuto che ci si può aspettare come non lo ha avuto nel recente passato. Elkann ha rivoltato la sua Juventus più volte – l’ultima lo scorso giugno -, ma non ha ribaltato i risultati sul campo: così, stavolta, la volontà sembra andare verso una conferma dei protagonisti della non qualificazione Champions con ruoli o compiti più definiti o diversi.
L’avviso ai naviganti che arriva dalla proprietà può essere sintetizzato così: ciò che conta è il bene della società, se non andate d’accordo è il momento di cercare un punto di equilibrio altrimenti se si perde ancora la bussola, sulla graticola finite tutti. Tradotto: non è un segreto, nemmeno ai pieni alti, altissimi della Continassa come due personalità come quelle dell’ad Comolli e del tecnico Spalletti non abbiano punti in comune. D’ora in avanti, però, dovranno averli dal punto di vista professionale. A Comolli è stata chiesta una gestione più collegiale dove per collegiale si intende il coinvolgimento diretto dell’ex ct azzurro nelle operazioni di mercato o nelle strategie quotidiane. A Spalletti è stato consigliato di andare oltre le questioni caratteriali e, allo stesso tempo, è stata garantita una centralità più profonda e ben oltre il naturale, e semplice, aspetto tattico. Sullo sfondo la figura di Giorgio Chiellini, destinato con il tempo - breve - all’investitura di uomo “forte” del club bianconero.
Elkann scende in campo e gioca una partita dove non ci saranno supplementari: o ci si adegua, o si finisce fuori scena. Stravolgere di nuovo la governance non è, al momento, al primo posto dell’agenda dell’Ingegnere: farlo, come detto, esporrebbe la società ad una ennesima rivoluzione radicale e dall’esito incerto. Meglio procedere per gradi anche perché dentro ai sette mesi di lavoro a firma Spalletti molto di buono si è visto: il solo fatto di aver rigenerato curiosità attorno alle sorte della squadra è un merito che Elkann riconosce al suo allenatore. Si va avanti così, per ora. E si va avanti con una ridefinizione dei compiti che può suonare come un allarme o come un ultimatum: alla costruzione del bene comune, la nuova versione della squadra per puntare a vincere, deve partecipare ogni componente del club, dalla parte amministrativa al campo. Comolli vuole dimostrare ad Elkann che averlo scelto un anno fa in queste ore non è stato uno sbaglio, anzi. Spalletti vuole dare continuità ad un rapporto personale con l’Ingegnere e farlo mostrando ciò che è capace di fare con i risultati e non solo con un calcio diverso e, a tratti, piacevole da vedersi. Ai due non resta che mettere da parte le divisioni e valorizzare quello che può unire: se non sarà così, per il bene comune già citato, la rivoluzione diventerebbe la conseguenza logica di qualcosa di insanabile. Presto, prestissimo la riprova dei fatti perché sono questi i giorni - già in giornata dovrebbe esserci un vertice con Elkann - in cui si mettono a terra i programmi per la prossima avventura che comincerà dopo Ferragosto.