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Haliburton e la solitudine della lunga riabilitazione: “Percorso duro, ma tornerò grande”

Gazzetta

Non c'è mai il momento giusto per farsi male, al massimo c'è quello più sbagliato possibile. Tyrese Haliburton si è rotto il tendine d'Achille durante gara7 delle ultime Finals Nba con i suoi Pacers contro Okc, poi persa. Chissà come sarebbe andata. "Penso all'infortunio ogni volta che sbatto le palpebre", ha raccontato il playmaker in una lunga intervista a The Athletic. "Non so se smetterò mai di pensarci, ma devi capire che a un certo punto devi andare avanti". 

Poi arriva la solitudine. Un infortunio, soprattutto uno grave come quello di Haliburton, stravolge completamente gli schemi di un atleta. Prima sei in gruppo, ti alleni con i compagni, vivi la passione dello sport che ami, l'adrenalina, la competizione. Tutto questo scompare di colpo. "Dopo un po’ tutto è diventato triste, perché volevo solo fare quello che faccio normalmente e non potevo", ha spiegato a The Athletic. "Non dico di essere bloccato in Indiana, ma ero qui a fare riabilitazione, in palestra da solo, senza nessun altro dentro". La rieducazione, soprattutto all'inizio, è lunga, ripetitiva, solitaria, i progressi ci sono ma non è come alzare la mano e fare canestro, non sempre sono lineari, anzi spesso sono lenti. È una fatica fisica, ma anche emotiva. E, soprattutto per la rottura del tendine d'Achille, c'è la certezza che sarà lunga (anche un anno), ma non la garanzia di riuscire a tornare lì, a quel livello, a giocarti le Finals, nel caso di Haliburton. Quindi restano dedizione, fiducia, impegno. "Devo solo capire che ci sono state tante persone che hanno perso le Finals  e hanno dovuto lavorare per tornarci. E a volte non ci torni. È così che va. Capisco quanto dovrò lavorare duramente per tornarci, e lo metto in conto. È stata dura: ci sono stati tanti giorni buoni e tanti giorni cattivi, e ho fatto un po’ fatica a gestirla".

Kevin Durant ha la sua stessa storia, ed è tornato, forte. Haliburton racconta di averlo sentito spesso, così come altri atleti che avevano vissuto il suo stesso infortunio: capiscono l'ansia, la fatica. Poi, per forza di cose, si apre uno spazio, che Haliburton a imparato a riempire in questi mesi: ha fatto il commentatore in tv per la Nba, il content creator, il dj, il videomaker, ha collaborato di più con la Puma, il suo sponsor. Ora è tornato in palestra con i compagni, anche se a fare il suo lavoro differenziato e la fisioterapia: "Ci sono giorni in cui il tempo sembra volare, giorni in cui non passa mai, ma sono contento dei miei progressi, lo è anche l'organizzazione. Ho preso di petto questo percorso. Credo che in Nba serva una sicurezza incrollabile per fare qualcosa di grande: io voglio esserlo e so cosa serve per arrivarci, non ci penso due volte".

La stagione dei Pacers è deludente (9 vinte, 32 perse), ma Haliburton ha ripreso il suo ruolo da leader, in mezzo alla sua gente. L'appoggio di amici, famiglia, staff medico è il punto di partenza e una grande lezione: "Quello che ho imparato negli ultimi 12 mesi, forse anche qualcosa in più, è it takes a village (non si può far da soli) nella vita e che va bene non stare bene. Sono entusiasta del percorso che servirà per tornare in alto, e credo che questo renderà tutto ancora più bello. È questo a cui penso più di ogni altra cosa".