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Champions, i fatturati contano: tra le prime 8, sette sono nella Top 10 dei ricavi

Gazzetta

I soldi non fanno la felicità. Sì, come no. Ditelo a quelli che si vedono sbranare in campo da chi fattura di più e, quindi, può permettersi i migliori. La Champions, macchina da soldi, ha costantemente alimentato la teoria darwiniana applicata al calcio: resistono i più forti, che spesso coincidono con i più ricchi. E più giochi in Champions, più guadagni. Le eccezioni, ormai, sono esigue. Prendete il tabellone a eliminazione diretta, che ha iniziato a comporsi dopo l’ultima giornata del mega-girone a 36: delle prime otto classificate, quelle già sicure di un posto agli ottavi, soltanto una non appartiene alla top ten europea dei ricavi. La graduatoria della coppa dice questo: 1° Arsenal, 2° Bayern, 3° Liverpool, 4° Tottenham, 5° Barcellona, 6° Chelsea, 7° Sporting, 8° Manchester City. La top ten dei fatturati (fonte Deloitte) dice quest’altro: 1° Real Madrid (1161 milioni), 2° Barcellona (975), 3° Bayern (861), 4° Psg (837), 5° Liverpool (836), 6° Manchester City (829), 7° Arsenal (822), 8° Manchester United (793), 9° Tottenham (673), 10° Chelsea (584).

L’intruso è lo Sporting, mentre mancano all’appello Real e Psg, costretti a disputare i playoff, e lo United, che non si è qualificato alla Champions per il secondo anno di fila. Le sette big che hanno staccato il pass diretto per il G16 hanno ricavi medi intorno agli 800 milioni. Ecco perché impressiona l’exploit portoghese. Sapete quanto ha dichiarato lo Sporting nell’ultimo bilancio? Un fatturato di 148 milioni: fuori non soltanto dalla Football Money League dei migliori 20 club, ma anche da un’ipotetica top 30, visto che per rientrarci servono almeno 200 milioni di ricavi. L’anno scorso, venendo eliminato ai playoff, lo Sporting ha incassato 47 milioni di premi Uefa, un terzo dell’intero giro d’affari. Quest’anno, con gli ottavi, è già a quota 60. In ogni caso, parliamo di una squadra che spende circa 90 milioni in stipendi: una potenza di fuoco che scolora di fronte alla concorrenza di Champions. Le spese per il personale delle altre qualificate vanno dai 520 milioni del Barcellona ai 500 del Liverpool, ai 470 del City, ai 450 del Bayern, ai 420 del Chelsea, ai 400 dell’Arsenal, fino ai 300 del Tottenham. Possono permetterselo - chi più chi meno - perché la polarizzazione del mercato calcistico ha creato veri e propri moloch su scala globale, in grado di generare risorse dall’interesse senza barriere di tifosi e sponsor.

L’esito della prima fase di Champions, poi, ha confermato una storia nella storia: quella del dominio dell’Inghilterra. Delle otto qualificate dirette, ben cinque provengono dalla Premier League. Hanno abbattuto il mostro della Superlega, ma la Superlega, di fatto, covava già in casa. Come definire altrimenti un campionato che, soprattutto grazie agli ineguagliabili contratti televisivi, nel 2023-24 è arrivato a un fatturato aggregato di 7,4 miliardi di euro, con una crescita dell’88% nell’arco di un decennio? Le altre leghe top seguono a distanze siderali: 3,8 miliardi per Bundesliga e Liga, 2,9 miliardi per la Serie A, 2,6 miliardi per la Ligue 1. Nell’attuale stagione, secondo le proiezioni di Deloitte, la Premier sfonderà per la prima volta il muro degli 8 miliardi. Poco importa se, nonostante questa pioggia di denaro, le gestioni d’Oltremanica fanno acqua, con una perdita aggregata di 160 milioni registrata nel 2023-24 dai 20 club. Le inglesi continuano a spendere e spandere, contribuendo all’inflazione dei costi per trasferimenti e stipendi. Uno shopping compulsivo da cui la Serie A è ormai tagliata fuori da tempo.