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Gianpiero Marini: "Vent'anni all'Inter, dopo Zanetti ci sono io. E trasformai Bergomi nello 'zio'..."

Gazzetta

Gianpiero Marini ha una voce dolce e delicata. È del 1951, fa 75 anni fra un mesetto, ma lavora sempre. Segue la Borsa ("Sono broker di me stesso"), controlla la parte commerciale dell’azienda agricola della famiglia a Lodi. E tifa Inter. "Ma in questi giorni sono triste, ci ha lasciati Nazzareno Canuti, grande amico. Non sapevo niente, è successo all’improvviso, se n’è andato nel giro di due settimane. Povero Nazza, eravamo un bel gruppo di amici. Lo abbiamo salutato con tanta tristezza, c’eravamo tutti: la nostra Inter. È venuto anche Giancarlo Pasinato da Cittadella, con le stampelle".

L’Inter 1979-80, campione d’Italia.

"Tutti italiani. Lo straniero, Prohaska, è arrivato l’anno dopo, con la riapertura delle frontiere. Abbiamo vinto, in testa dalla prima all’ultima giornata. C’era Eugenio Bersellini, un allenatore serio e capace. Noi lo abbiamo seguito, ci volevamo bene. Abbiamo un gruppo su Whatsapp, ci incontriamo una volta all’anno. È bello stare insieme".

Bersellini ha lanciato Bergomi. E lei, Marini, è stato il primo a chiamarlo “zio”. Com’è successo?

"Era un ragazzo della Primavera, aveva 17 anni. Entrò nello spogliatoio e disse: “Buongiorno”. Lo guardammo, io dissi: “E tu chi sei? Con quei baffoni somigli a mio zio”. Era Beppe Bergomi, al suo primo allenamento".

Poi assieme a Bergomi ha vinto il Mundial 82, con Enzo Bearzot.

"Il nostro meraviglioso Vecio. Mi ha chiamato tardi, a 30 anni, e mi ha detto: “Da qui non ti muovi, starai a lungo con noi”. Mi ha regalato una delle gioie più grandi della mia vita".

Lei quanti anni di Inter ha fatto?

"Undici campionati, poi le giovanili e altri incarichi. Più di vent’anni. Molti compagni, tanti campioni. Dopo Javier Zanetti sono il nerazzurro con più scatti di anzianità. Ho giocato e visto molte Inter. Adesso la guardo in tv".

E cosa vede?

"Intanto la vedo lassù. Prima. Ed è un bel vedere. Questa è una squadra massiccia e potente. La più forte di tutte, in assoluto. Vincerà lo scudetto…".

Ahi, lo sa che non si dovrebbe pronunciare. Lei non è superstizioso?

"No. Io guardo il campo e in campo vedo la migliore Inter di questi anni. Prendiamo l’attacco: ha i più forti, i migliori. Chi ha attaccanti come Lautaro, Thuram e il ragazzo, Pio? Nessuno. E c’è anche Bonny. Poi il centrocampo, la difesa organizzata. E Dimarco? Ma lo vedete come gioca, cosa porta su? Vince lo scudetto, è nettamente la più forte".

Il segreto? La squadra, Chivu o Marotta?

"Un po’ di tutto. L’Inter non sbaglia un colpo, in campo e fuori. Ha dirigenti capaci, preparati, campagne acquisti, giocatori giusti. Un grande presidente e un grande allenatore".

Dicono: Marotta è un uomo di calcio, fa la raccolta degli scudetti…

"Non è solo un uomo di calcio. È uno straordinario dirigente, sa come muoversi, conosce il giro del lavoro, i tempi e le storie. L’ho conosciuto a Varese, ai tempi di Maroso. Era un giovanissimo impiegato, davvero un predestinato, è diventato un numero uno".

Cristian Chivu?

"Straordinario. L’allenatore giusto, l’uomo perfetto. Ha giocato, e bene, molto bene, al calcio. Era capitano all’Ajax a poco più di vent’anni. Dico, ragazzi, vogliamo parlarne? Abbiamo in casa un tecnico di enorme spessore, decisamente proiettato verso un grande futuro. Ha allenato le giovanili, sa come trattare anche i ragazzi, è uno del loro mondo. Oggi i giovani sono avanti, molto più di come eravamo noi. Quando ero a Varese c’era Nils Liedholm, che diceva: “Sai, io ho allenato i giovani e chi lavora con loro poi può fare molte buone cose”".

Lei ha allenato poco. No?

"Sì, la Primavera dell’Inter. Ma ho vinto, nel 1989, il campionato. Poi, cinque anni dopo, sono subentrato a Osvaldo Bagnoli. Una stagione molto complicata, però abbiamo conquistato la Coppa Uefa. C’era una buona rosa: Zenga, Berti, Bergkamp, Ruben Sosa. Ho fatto 12 partite. Dopo sono andato in serie C, a Como e alla Cremonese. Ancora Como, un po’ di Italia giovanile e stop".

Via la panchina, dentro la Borsa.

"Ma no. In Borsa ci andavo già, sono quarant’anni che mi muovo lì dentro".

L’Inter si destreggia bene sul mercato calcistico. Lei sui mercati finanziari?

"Non investo i soldi degli altri. Solo roba mia. Dedico a quest’attività quattro ore al giorno, leggendo carte e piattaforme specializzate. Non è più come 40 anni fa, oggi si affronta il mondo. Cina, Stati Uniti, India. Le strategie, gli sbalzi, gli umori. Bisogna sempre conoscere in che direzione vanno i mercati e stilare un programma per indirizzare gli investimenti".

E si diverte?

"Tantissimo. Continuo a studiare, per capirne sempre di più. È un universo affascinante. Gli investimenti sono una cosa rapida, particolare e molto delicata. È necessario sapere come procedere, altrimenti è dura creare ricchezza".

Lei è geometra.

"Mi sono diplomato nei cinque anni passati a Varese. Ho provato anche con l’Università. Mi piaceva Economia e Commercio, ma mi sono buttato su Scienze Biologiche perché era già scaduto il termine per le iscrizioni. Ho iniziato con entusiasmo, ma la mia testa andava altrove, era dentro il calcio. È andata bene, ho fatto anni buoni, conosciuto giocatori, allenatori, presidenti e giornalisti. Gianni Brera mi ha battezzato “Pinna d’Oro”".

Le piaceva essere chiamato così?

"Molto. Più che “Pirata”. Era un onore. Brera capiva di calcio, inventava nomi per i giocatori di valore: Riva era Rombo di Tuono, Rivera l’Abatino, Boninsegna Bonimba. Sono stato in buona compagnia".