Se chiedi a Djamolidine Abdoujaparov dove si trovi adesso, la risposta è preceduta da una risata: “In Italia, e dove sennò. Mi sento un bel po’ italiano”. “Abdou” parla ancora bene la nostra lingua: fa base a Moniga del Garda, sponda bresciana del lago, e la chiacchierata non può che essere anzitutto un salto all’indietro di trent’anni abbondanti, a quando venne dall’Uzbekistan per sconvolgere il mondo delle volate con uno stile tutto suo. Alfa Lum, Carrera, Lampre, Polti, Novell, Refin e Lotto le sue maglie, il non avere mai paura il suo motto: “Anche perché allo sprint non te lo puoi permettere”.
Abdoujaparov, anzitutto ora che cosa fa?
“Non un granché. Ogni tanto mi invitano alle gare della zona dove risiedo. In Uzbekistan non torno quasi mai, non ho progetti e interessi lì”.
È stato un grande velocista: definizione corretta?
“Se lo dite... va bene!”.
Corretto anche il soprannome che gira sul web, il “Il Terrore di Tashkent”, per il suo stile spericolato e aggressivo, specie allo sprint?
“Mah. Se mi hanno chiamato in questo modo, evidentemente lo pensavano...”.
Ma le sue volate erano davvero spesso così oltre il limite?
“Le rispondo così: non ho mai fatto cadere nessuno per colpa mia. Non sono mai stato scorretto”.
Invece qualche volta è caduto lei...
“Sì, quando mi buttavano per terra da dietro, o mi spingevano”.
Una caduta in particolare è rimasta storica, quella dell’ultima tappa del Tour 1991.
“Però si sono dette e scritte tante cose sbagliate, che ancora si trovano sul web”.
Com’era andata, invece?
“Nel circuito di Parigi-Campi Elisi, al giro precedente, avevano lasciato aperta la transenna, quella del passaggio. Spostata di un buon metro, dove entravano le ammiraglie e le auto della polizia. E l’ho presa in pieno. Il bidone della Coca-Cola non c’entra niente. Riguardatela bene quella volata, e ve ne accorgerete”.
Come mai aveva scelto di fare il ciclista?
“Eh, perché mi piaceva andare in bici. Sono stato il primo ciclista della mia famiglia. Papà lavorava come autista di un piccolo camioncino, mamma faceva la cuoca. Prima all’asilo, poi a scuola”.
Ha fatto conoscere anche l’Uzbekistan?
“Tra i pro’, sì. Ma tra i dilettanti avevamo sempre avuto corridori forti”.
E le volate, perché?
“Amavo quella sensazione che la velocità mi riusciva a dare”.
I rivali più difficili da battere?
“Olaf Ludwig. Eric Vanderaerden. Sean Kelly”.
E Mario Cipollini?
“Anche lui, certamente. Ma è venuto dopo, è più giovane di me di tre anni”.
Lei che sprinter era?
“Uno che era capace di arrangiarsi da solo. Ora, con i “treni”, è tutto cambiato. Un velocista come me adesso non lo vedo proprio, non esiste. Facevo tutto da me. Anche Cipollini, all’epoca, aveva il treno. Io, mai”.
Al Giro ha vinto una sola tappa, contro le 9 del Tour e le 7 alla Vuelta. Perché?
“Allergia ai pollini. Nel periodo del Giro facevo sempre fatica a respirare. Però, nel 1994, vinsi la classifica a punti sia al Giro sia al Tour: farlo nello stesso anno, le assicuro, è stato speciale”.
Classiche: conquistò la Gand-Wevelgem del 1991. Invece l’anno dopo fu squalificato e il successo andò a Cipollini...
“Di quella decisione della giuria mi frega un tubo. Io so che ho vinto pure quella volta e basta”.
Ha ancora amici nel mondo del ciclismo?
“Sì, certo, ho buoni contatti con tutti o quasi. Come con Mario Chiesa, che abita vicino a me”.
E l’epoca attuale le piace?
“Rispetto ai miei tempi, è un altro sport. E ci sono anche ben altri stipendi...”.
Lei ha guadagnato bene?
“Macché. Ora basta vincere una tappa al Tour e ti possono dare un ingaggio di un milione... Ciao. Soldi da me mai visti”.
Che ricordo ha della prima vittoria da pro’?
“Che fu a Marsala, alla Settimana di Sicilia. E che mi diede grande fiducia. Una svolta”.
La sua ultima squadra fu la Lotto nel 1997: non finì bene, squalifica per doping compresa.
“Avevo un contratto buono, ma un ds non mi voleva, fece di tutto per escludermi e non mi hanno più pagato. Una volta, poi, un massaggiatore mi diede un prodotto che io presi senza pensarci. Risultai positivo, ma la squadra lo venne a sapere un giorno prima dell’ufficialità. Strano”.
E quel massaggiatore?
“Chiesi dove fosse, volevo saperne di più. Ma era sparito”.
Lei era famoso anche per le sue passioni: la pesca, i colombi...
“Aiutavano a rilassarmi. Mi piace la vita semplice. Sono felice con quello che ho. Sono sano, ho il fisico. E vado sempre in bici: ma preferisco la mtb. Ora, però, posso chiederle io una cosa?”.
Prego.
“Vorrei salutare tanta gente. Pietro Algeri, Saronni, Corti, Stanga, Bugno. Chiappucci, Zaina, Gibo Simoni, Moser... E che dispiacere la recente morte di Michele Dancelli. Era un amico”.