Ducati sta probabilmente vivendo il suo periodo di massimo splendore in termini di successi in pista, specialmente in MotoGP (con le vittorie e i titoli iridati conquistati da Pecco Bagnaia, Jorge Martin e di Marc Marquez e delle varie evoluzioni della Desmosedici), ma negli ultimi anni ha anche intrapreso un percorso di crescita che va ben oltre la semplice dimensione sportiva. Sfruttando al massimo il vecchio adagio "Vinci la domenica, vendi il lunedì (in inglese Win on Sunday, Sell on Monday", infatti, la casa di Borgo Panigale ha progressivamente ampliato la propria gamma entrando con convinzione in segmenti che, solo una manciata di anni fa, le erano del tutto estranei. E questo senza rinunciare alla sua inconfondibile identità basata su performance, stile e alta tecnologia: tratti distintivi che ne fanno un esponente di primo piano della tanto sbandierata eccellenza manifatturiera italiana.
Come evidenziato dal ventaglio di novità presentate all'ultimo salone Eicma di Milano, oggi Ducati punta a un pubblico sempre più eterogeneo e internazionale, una strategia alimentata dai continui successi sportivi che ha portato a buoni riscontri anche sul piano industriale (con un fatturato superiore al miliardo di euro per tre anni consecutivi). Questa indubbia capacità di eccellere, però, è minacciata da un quadro globale che si fa sempre più complesso. Ducati, pur facendo capo al gruppo Audi-Volkswagen, è infatti un'azienda che produce e opera in Italia e che, come altre prestigiose realtà dell’automotive nostrano come Ferrari, Maserati e Aprilia, deve essere messa nelle condizioni di competere in modo efficace con entità che si fanno sempre più minacciose. Ed è qui che entra in gioco il ruolo della politica, chiamata a creare eque condizioni competitive per supportare chi investe, innova e dà lavoro sul territorio nazionale.
Uno dei nodi centrali della questione è il costo dell'energia. Secondo i dati Eurostat, l'Italia è ormai stabilmente tra i paesi europei con i prezzi dell'energia elettrica più alti per le imprese, in media fin troppo superiori a quelli di altri paesi dell'Ue come Francia, Spagna e Germania (anche ben oltre il 40%). Tale divario, inevitabilmente, si ripercuote in modo diretto sull'intera produzione industriale del nostro paese, ma per il settore automotive, in particolare, si tratta di un fattore quanto mai critico. Tra le cause principali c'è il meccanismo di formazione del prezzo dell'energia basato sul costo marginale, per sua natura fortemente influenzato dal prezzo del gas, già citato in più occasioni dall' amministratore delegato di Ducati Claudio Domenicali come uno dei principali ostacoli all'espansione del marchio. A ciò si aggiunge l'opinabile gestione dei grandi operatori dell'energia come Eni, tra i maggiori contribuenti fiscali del paese, che prevede una tassazione indiretta, ma comunque pesante, contribuendo così a mantenere elevati i costi. Per tutte le aziende italiane, di ogni settore, questo si traduce in un evidente svantaggio competitivo: non solo nei confronti dei competitor europei, ma anche e soprattutto in rapporto ai produttori asiatici che possono contare su energia a costi ancora minori.
A questo si aggiunge l'annoso tema del costo del lavoro. L'Italia tutela giustamente i propri lavoratori con normative avanzate, ma questa tutela rischia di diventare fragile se non accompagnata da un'adeguata protezione per le aziende che, in ultima analisi, assumono e pagano i lavoratori. I costruttori cinesi e indiani possono aggredire i mercati europei anche per via di costi del personale quasi irrisori a confronto, e questo, al netto delle legittime considerazioni sui diritti dei lavoratori locali, è comunque un altro fattore di cui bisogna per forza di cose tener conto. È intuibile che, in un simile scenario, produrre in Italia diventa una scelta sempre più coraggiosa e onerosa per i grandi gruppi, ed è quindi cruciale che l'Italia, come sistema, sia sempre competitiva e capace di attrarre capitali e investitori. Difendere l'occupazione significa quindi difendere anche la competitività delle nostre imprese: in mancanza di un apprezzabile equilibrio tra apertura dei mercati e regole comuni, il rischio è che il consumatore scelga semplicemente il prezzo più basso e che di conseguenza, alla lunga, i posti di lavoro vadano persi.
La più grande minaccia all'industria motociclistica e automobilistica europea sembra quindi arrivare da oriente, ma le cose non migliorano granché guardando a occidente. Gli importanti dazi statunitensi, introdotti dall'amministrazione Trump, rappresentano ovviamente un ulteriore ostacolo per le aziende italiane ed europee, penalizzate nella competizione sull'importante e remunerativo mercato "a stelle e strisce". Inoltre, ci sono anche i dazi che gli stessi paesi asiatici impongono ai veicoli di martice europea, India e Cina in primis, che sono decisamente più pesanti rispetto a quelli sopportati dai veicoli a due e quattro ruote che compiono il percorso inverso. Questa evidente asimmetria incide a sua volta sui margini e sulla sostenibilità di chi, come Ducati, compete a livello globale rispettando gli standard più elevati su lavoro, sicurezza e ambiente. Virtù, queste, che andrebbero riconosciute e salvaguardate a spada tratta dalle istituzioni.
In MotoGP e in Superbike, le "rosse" di Borgo Panigale continuano a dettare il passo, confermando una supremazia tecnologica che è frutto di investimenti costanti in ricerca, sviluppo e competenze: così facendo scaldano i cuori di tanti appassionati della velocità, aggiungendo lustro all'immagine dell'Italia in tutto il mondo. Questo patrimonio, industriale e culturale, va preservato da parte di chi ne ha la responsabilità e gli strumenti, con reattività e lungimiranza, onde evitare di essere travolti dagli eventi. Sull’argomento, Domenicali ha recentemente lanciato un monito che suona come un invito a una presa di coscienza politica: "Manca dai governi una vera tutela verso chi investe e fa innovazione. In Italia, dazi e burocrazia ci rendono sempre meno competitivi su scala mondiale". Un costo dell'energia più allineato agli altri paesi europei e una maggiore tutela per le aziende che rispettano le regole sembrano quindi condizioni indispensabili per raggiungere l'obiettivo, ma in entrambi i casi si tratta di ambiti in cui solo la politica può avere davvero voce in capitolo in rappresentanza dei costruttori. Proteggere la competitività delle aziende italiane, magari evitando di lasciare che l'eccellenza si trasformi in un lusso per pochi, dovrebbe sempre essere una priorità per i governanti.