“Ho un tatuaggio con un logo sulla schiena. Penso che questo dica abbastanza su dove voglio giocare”. Ja Morant è uno degli uomini al centro del mercato Nba. Eppure, al termine di una partita a Londra in cui con 24 punti e 13 assist ha mostrato quanto sa ancora fare la differenza, il suo messaggio è tutto per i Memphis Grizzlies. Dipendesse da lui, le voci di mercato che lo vogliono ovunque tranne che nel Tennessee non esisterebbero. Dipendesse da lui, quel logo che ha tatuato sulla schiena, l’orso simbolo della franchigia dei Grizzlies, sarebbe il suo emblema quanto la linea di scarpe del suo sponsor (un altro logo che ha tatuato sulla schiena). Invece, fino al 5 febbraio il futuro di Ja Morant continuerà ad essere un tema caldo nell’ambiente Nba.
Intanto Morant ha ricordato quanto ancora sa essere decisivo. Non giocava da 6 partite per i Grizzlies, col suo nome che nel frattempo è entrato nei rumors pre trade deadline, con l’unica franchigia che abbia mai conosciuto nei suoi 7 anni di Nba disposta per la prima volta ad ascoltare le offerte per lui. Ja a Londra ci ha messo meno di un tempo a ricordare quanto sa essere fenomenale: 20 punti e 10 assist all’intervallo, Memphis che domina Orlando toccando anche il +33, prima di chiudere 126-109. “Ja è incredibile - lo ha elogiato Jaren Jackson Jr nella pancia della O2 Arena -. Rende la partita molto più facile per i compagni quando è in campo, elettrizzante e polarizzante com’è. È un magnete per le difese avversarie, uno che finisce per aprire possibilità per noi. Ci tiene organizzati, e quando ha il pallone sai che devi cominciare a correre perché se sei libero ti troverà”. “Giocare a basket nella stessa squadra è come parlare la stessa lingua, e Ja è quello che porta il dizionario per tutti - lo ha raccontato il suo coach Tuomas Iisalo -. Rende le cose più facili per tutti in attacco, è intelligente e riesce sempre a vedere il compagno libero”. È la descrizione di una star, di uno di quei fenomeni che fanno la differenza per le ambizioni di una squadra. Quello che Morant prometteva di essere e che soprattutto i suoi problemi extra campo gli impediscono da un pezzo di essere. Al di là dei 19,3 punti e 7,8 assist in cui viaggia in una stagione in cui i Grizzlies hanno un record mediocre di 18 vinte e 23 perse.
Vederlo dominare a Londra dopo 6 partite di assenza, vederlo trasformare Memphis in una squadra dal potenziale illimitato, è stato un perfetto promemoria di quello che il 26enne due volte All Star in carriera può ancora essere. Per i Grizzlies a cui si sente leale o per chiunque voglia prenderlo. “Poter giocare a basket è terapeutico per me - ha raccontato -. So quello che posso fare in campo, sono felice di essere riuscito a dimostrarlo qui a Londra, dove sentire l’amore di tifosi che non ho mai incontrato prima è stato fantastico per me”. I 18.424 della O2 Arena hanno apprezzato Morant, hanno applaudito le sue entrate a canestro, i suoi assist, le sue invenzioni, la facilità con cui vede il gioco e riesce a fare la differenza. Hanno visto la faccia buona di Morant, non quel lato oscuro fatto di sospensioni e incidenti che spaventano potenziali acquirenti più degli 87 milioni di dollari per cui è a libro paga per le prossime due stagioni. Se Ja fosse solo la sua faccia buona, se fosse solo il fenomeno che a Londra ha fatto la differenza, quello che per talento e capacità di essere decisivo dà una pista a tutti quelli che erano in campo alla O2, non solo per lui ci sarebbe la fila ma Memphis non penserebbe nemmeno lontanamente a sbarazzarsene. Il problema è che il 26enne ha un lato oscuro che, dalla convocazione all’All Star Game 2023, sembra aver preso il sopravvento. Uno che gli impedisce di essere il fenomeno che ha incantato Londra. Uno che ha convinto Memphis che, nonostante tutto il suo talento e la capacità di rendere migliore la squadra, forse il futuro sarebbe migliore senza di lui.