È il primo giugno 1953, sabato. Penultima tappa del 36° Giro d’Italia, Bolzano-Bormio, 125 chilometri. In maglia rosa da dodici tappe c’è lo svizzero Hugo Koblet, elegantissimo anche in bici: nel taschino della maglia tiene un pettine che usa all’arrivo per sistemarsi i capelli. Koblet comanda con 1’59” su Fausto Coppi, che alla radio, sul traguardo della tappa precedente vinta proprio a Bolzano, dichiara: “Il Giro è ormai finito, l’ha vinto Koblet”. Coppi a parte, quel sabato non è una giornata come le altre per due persone. Per Vincenzo Torriani, geniale patron del Giro, che ha inserito per la prima volta nel percorso il passo dello Stelvio, versante di Trafoi. Del resto il grande coraggio non gli è mai mancato: come quando porterà le biciclette tra le calli di Venezia con la cronometro del 1978 sui ponti di barche, vinta da Moser su Visentini e Saronni. E non è come gli altri giorni per Agostino Corradini, 21 anni, detto “Gana” o “Ganein”, arrivato sulle Dolomiti in bici da Scandiano (Reggio Emilia) per tifare Coppi e la sua squadra, la Bianchi. Il suo primo sport è stato il pallone, praticato negli anni giovanili sino a quando il calcio di un mulo gli causa una lesione a un ginocchio. E’ la svolta: il medico gli consiglia la bici. In attesa del passaggio dei corridori sullo Stelvio, Agostino prende un palo a bordo strada e scrive “W Fausto” sulla neve: il Campionissimo vedrà la scritta quasi stupito durante una delle sue imprese più famose, che ribalterà il Giro e gli consegnerà il quinto e ultimo trionfo nella corsa rosa. Anche Agostino Corradini passerà così alla storia, insieme con il fotografo Tino Petrelli, che immortala il passaggio di Fausto e realizza una delle immagini più iconiche della storia sportiva del Campionissimo.
“Sì, quella scritta l’ho fatta proprio io”, ha ripetuto mille volte, orgoglioso, sempre, di quanto realizzato. Agostino Corradini è morto ieri a 94 anni. Così raccontò ancora: “Sulla strada del ritorno mi sono fermato a fare colazione e ho visto sul giornale la foto di Coppi che guardava la scritta. Una sorpresa. Mi piace pensare che quella foto sia anche un po’ mia”. Da quel giorno lo Stelvio gli è rimasto nel cuore, tanto che volle festeggiare gli 80 anni proprio sul Passo. Nella sua vita, Corradini ha girato il mondo per gare in bici, di sci e corse a piedi. Tre volte campione italiano Uisp e vincente anche nel cicloturismo, ha disputato 24 volte la Marcialonga, tre la Vasaloppet, due la Maratona di New York, e ha corso un’altra cinquantina di maratone. Ma per sempre Agostino rimarrà come l’eroe dello Stelvio. Perché quello Stelvio, nel 1953, era molto più di una scommessa. Come andare sulla luna, un’impresa mai tentata prima. È il gigante che sale, dal versante altoatesino, fino a 2758 metri di quota sulla strada scolpita a mano, in cinque anni dal 1820 al 1825, da 2500 sudditi (soprattutto croati e romeni) dell’imperatore d’Austria: si voleva aprire una strada sulla quale le carrozze, da Vienna, avrebbero potuto raggiungere Milano più velocemente attraverso la Valtellina. Condizioni di lavoro durissime: i lavori sono diretti dall’ingegnere Carlo Donegani, l’architetto dell’imperatore d’Austria, che aveva aperto anche il passo dello Spluga dallo Svizzera.
Stelvio, dunque, con i muri di neve che circondano la strada. I versanti sono tre: Trafoi, Bormio e l’Umbrail Pass dalla Svizzera. Quello da Trafoi è il vero versante della montagna: la salita misura 26 km al 7,7% di pendenza media con punte del 12%, e 48 tornanti infiniti per coprire 1851 metri di dislivello. Quel sabato primo giugno 1953, a bordo strada, c’è Agostino Corradini. . Il fotografo è Tino Petrelli. La foto del Campionissimo che spinge sui pedali mentre osserva l’incitamento tracciato sulla neve diventa famosissima. Una delle più emblematiche dell’uomo solo al comando, come lo scambio della borraccia con Gino Bartali al Tour 1952.
Lo Stelvio ribalta la classifica del Giro 1953 grazie all’intuizione di Ettore Milano al raduno di partenza di Bolzano. Milano, fedelissimo gregario di Coppi, vede arrivare Koblet in maglia rosa con vistosi occhiali neri, e si chiede il perché. Chiama un fotografo amico che, con la scusa di una foto-ritratto, chiede allo svizzero di togliere gli occhiali. Sul volto di Koblet appaiono così vistose occhiaie, segno di stanchezza. Parte allora il piano della riscossa di Coppi, che deve recuperare 1’59” dalla maglia rosa. All’attacco dello Stelvio, Fausto chiede al giovanissimo Nino Defilippis (che diventerà poi ct della Nazionale) di alzare il ritmo con una serie di scatti. Koblet commette l’errore di rispondere sempre. A quel punto Coppi lo attacca e prende il volo. Scollina sullo Stelvio con 2’17” su Fornara, 2’48” su Bartali e 4’27” su Koblet, che cerca di recuperare in discesa ma è troppo stanco. Al traguardo di Bormio, Coppi trionfa con 2’18” su Fornara e Bartali, mentre Koblet chiude a 3’28”. Fausto Coppi è la nuova maglia rosa con 1’29” sullo svizzero, l’ennesimo capolavoro di una carriera leggendaria. Il giorno dopo, al velodromo Vigorelli di Milano, il Campionissimo celebra il quinto trionfo al Giro. A settembre conquisterà il Mondiale a Lugano, e nel 1954 il quinto Giro di Lombardia. Poi l’Airone chiuderà le ali il 2 gennaio 1960. Ma il suo mito è più vivo che mai.