Rischiava di ammuffire in panchina, in attesa di essere ceduto a gennaio. Invece, quasi per caso, dopo l’infortunio di Conceiçao, si è scoperto che Fabio Miretti era il principio attivo giusto per guarire la Juventus. Ho usato la parola “ammuffire” apposta. Alexander Fleming scoprì la penicillina quasi per caso, studiando la muffa. La storia avanza anche così, inciampando nell’imprevisto e il calcio pure. Esattamente 40 anni fa, il Napoli pescò in Serie B (Triestina) il principio attivo che generò il primo scudetto: Francesco Romano. Partito Pecci, Ottavio Bianchi considerò Falcao, Barbas... Gli serviva un uomo d’ordine alle spalle della Ma-Gi-Ca. Al mercato di riparazione scelse il ricciolino cresciuto nel Milan. Uno di B... Ma neppure la muffa sembrava la premessa di un’invenzione storica. Maradona si innamorò subito dell’intelligenza tattica di Romano, lo chiamava Tota, come sua madre. Era il piccolo meccanismo, nascosto nella cassa, che azionava il lussuoso orologio.
E così è Miretti, messo accanto a un altro 10 (Yildiz), anche lui a stagione in corso. Il ponte tecnico che mancava tra mediana e attacco. Non potevano esserlo Locatelli, senza grazia nella rifinitura; né McKennie, un incursore. Miretti ha il tempismo per inserirsi (gol al Sassuolo) e la luce per dettare (assist con la Cremonese). Due partite da titolare per togliersi dal mercato. È il simbolo della Juve spallettiana che ha riportato la qualità tecnica al potere, dopo il triste triennio allegriano e gli stenti successivi. Miretti è un principio attivo da scudetto? Presto per dirlo. Ma scagli la prima pietra chi lo esclude già.